OVS, l’assurdo flop sulle spalle dei lavoratori

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A pochi mesi dall’acquisizione delle filiali di Vögele e dall’ingresso sul mercato svizzero, OVS ha annunciato la chiusura di 140 punti vendita, il che si traduce in’unica, tragica conseguenza: 1180 persone che perderanno il posto di lavoro. Un’ecatombe, uno tsunami sociale di proporzioni bibliche.

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A pochi mesi dall’acquisizione delle filiali di Vögele e dall’ingresso sul mercato svizzero, OVS ha annunciato la chiusura di 140 punti vendita, il che si traduce in’unica, tragica conseguenza: 1180 persone che perderanno il posto di lavoro. Un’ecatombe, uno tsunami sociale di proporzioni bibliche.

Ha dell’assurdo il fatto che un marchio della portata di OVS si renda protagonista di un flop così clamoroso, che si ripercuote, come è ovvio in questi casi,  in gran parte sui lavoratori.

Ma come è possibile? “Non è ancora ben chiaro cosa sia successo”, ci dicono da Unia. Forse degli errori di valutazione nel cambio di clientela, da quella più “matura” di Vögele a un target più giovanile di OVS che non ha riscosso il dovuto successo, e quindi potremmo parlare di incompetenza. O una tentata speculazione sul patrimonio immobiliare di Vögele, o ancora un mancato raggungimento degli obiettivi prefissati, che non è dato però sapere quali fossero.

Qualunque sia la causa, la realtà sono 1180 persone che rimarranno senza lavoro e, ciò che è peggio, senza alcun piano sociale e senza garanzie. Perchè OVS, dalla sede centrale a Mestre, scarica il barile sulla sua casa madre svizzera, Sempione Fashion SA: “il giorno che Sempione Fashion SA fallirà”, commentano ancora dal sindacato, nessuno risponderà di nulla in Svizzera, ma a quel punto dovrà rispondere il gruppo OVS Italia. Anche il sit-in a Mestre di lunedi, a cui ha partecipato una delegazione di venditrici, si è risolto con un nulla di fatto, con la direzione di OVS che si è rifiutata di ricevere i sindacalisti di Unia rimandandoli, appunto, alla suddetta Sempione Fashion. La quale, intanto, continua a tenere nei negozi le venditrici, spostandole nelle  100 filiali ancora aperte, e alle quali è stato fondamentalmente assegnato l’ingrato compito di recuperare, tramite la liquidazione degli stock, tutti i soldi che servono a ripagare i creditori, dai titolari dell’affitto alle ditte di marketing che hanno curate le campagne pubblicitarie, e via dicendo. Insomma, sono i lavoratori a dover darsi da fare per pagare i debiti dell’azienda. Una situazione kafkiana che dimostra la totale leggerezza e superficialità con cui è stato affrontato lo sbarco del marchio sul mercato svizzero. Perchè comunque, ribadiamo, è ormai una moda far scontare ai dipendenti i propri errori e le proprie difficoltà a livello economico.

Cosa chiede dunque Unia per i lavoratori colpiti da tali misure? “Un piano sociale: chiediamo misure immediate, come la liberazione dei dipendenti dall’obbligo di lavorare, in modo che possano già da subito cercarsi un’altra occupazione, e l’indennità di partenza, che abbiamo chiesto di calcolare in mesi di salario in base a parametri come l’anzianità di servizio e l’età, perchè chiaramente ritrovarsi disoccupato e in cerca di lavoro a 50 anni non è come a 30 anni. Finora comunque non ci siamo ancora confrontati con i vertici di OVS, si sono rifiutati di incontrarci. Ma continuiamo a fare pressione.”

E per rimarcare la solidarietà fra lavoratori, una delegazione di venditrici OVS si è recata ieri sul Lago Maggiore per unirsi alla protesta dei lavoratori della navigazione, un modo come un’altro per creare un legame e un fronte comune, in un momento in cui la tutela dei lavoratori sembra essere l’ultimo pensiero del padronato.

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