Scerbanenco: la sua vita è un romanzo, i suoi romanzi sono vita

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Ma chi è il «padre» del noir italiano? Chi è stato il primo a voltare le spalle alla cosiddetta critica letteraria per cimentarsi in un genere allora confinato in edicola? Magari con i gialli Mondadori: è stato il colore della copertina a battezzare in Italia questo tipo di narrativa. La risposta alla domanda è una sola: Giorgio Scerbanenco. Per molti un bravo pubblicista (ha pure diretto settimanali femminili, ha scritto anche romanzi rosa…), per altri un infaticabile scrittore (paragonabile in tutto e per tutto a Simenon), per altri ancora un’anima inquieta che ha trovato nel noir una possibilità espressiva e artistica più unica che rara.

Certo che la sua vita è stata un romanzo. Nasce a Kiev nel 1911, nella Russia imperiale. Poi la morte del padre, professore di latino e greco, ucciso nel corso della rivoluzione russa, lo costringe ad arrivare in Italia con la madre. Ma anche per lei il destino è crudele e muore poco dopo. Il giovanissimo Giorgio, senza aver mai fatto un giorno di scuola elementare (!), subisce e sente il richiamo della scrittura. E ne fa una passione (da autodidatta) e una professione. Collaboratore, poi redattore, infine direttore responsabile di giornali a vasta diffusione, in pratica non si è fatto mancare nulla: ha tenuto persino una posta del cuore su «Grazia». Ancora: fonda «Novella», più in là diventato «Novella 2000».

E tutto questo la dice lunga sull’anima «popolare» del noir. Infatti il genere, in pratica mai riconosciuto dalla cosiddetta intellighenzia fino ad Umberto Eco (nemmeno Sciascia ha avuto questa soddisfazione…), è sempre stato considerato un sottoprodotto. Poi, con Eco e con Camilleri, è stata un’esplosione di consensi e … vendite. E si è andati a ricercare e riscoprire. Giungendo, appunto, a Scerbanenco, la «matrice», almeno in Italia. Stampato da Garzanti, portato al successo da Sellerio ed ora riscoperto da «La nave di Teseo» la casa editrice di Elisabetta Sgarbi. Che, grazie ad un manoscritto inedito ritrovato in Svizzera, «lancia» la prossima ri-pubblicazione di tutti i romanzi di Scerbanenco.

Dicevamo dell’inedito: «L’isola degli idealisti». Non è proprio un giallo in quanto manca il morto e persino l’inchiesta. Una famiglia benestante ed un po’ stramba, composta da un vecchio dottore aristocratico e due figli di mezza età: la prima che scrive romanzi rosa un po’ demodé non ricevendo alcun apprezzamento dai suoi famigliari, il secondo che vuole insegnare la matematica al cane, vivono isolati e contenti su di un’isoletta lacustre. Un giorno vengono raggiunti da una coppia di ladri in fuga, inseguiti dalla polizia. Che fare ? Per il figlio non ci sono dubbi: bisogna salvarli e non solo dalla polizia ma dalla loro vita dissennata. Sorella e padre accettano questa nuova stravaganza. E qui inizia una convivenza fatta di sotterfugi, di ambizioni malriposte, di sorprese che non stiamo qui a raccontare. Il senso è che non tutto quel che sembra è vero, che forse uno spiraglio esiste ancora per questi idealisti pronti a subire sconfitte in battaglia ma a non perdere la guerra. Il romanzo è scritto benissimo e l’inquietudine dello scrittore emerge da ogni pagina. Lui, Scerbanenco, piace perché non dà giudizi, e non prende posizione per l’uno o per l’altro: descrive con una ricerca di oggettività. Perché è fin troppo facile pontificare e giudicare, ma …

 

«L’isola degli idealisti» , di Giorgo Scerbanenco, 1942, La Nave di Teseo, pag. 220, Euro 17,00.

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