Un presidente americano a Londra

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Trump, a Londra, cavalca l’onda anti-immigrati parlando di cultura e identità europea. Che però, di fatto, ha la sua ragion d’essere proprio nella diversità dei popoli che la compongono

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Il 12 luglio è un giorno come gli altri, in cui la vita scorre con calma e classe tipicamente inglese nel villaggio di Stansted Mountfitchet, a circa 50 kilometri da Londra.

Indubbiamente, la gente del posto è abituata al viavai di genti da quelle parti, essendo Stansted uno dei principali aeroporti civili del Regno Unito. È qui che atterra Donald Trump, il primo presidente americano arancione della storia.

Poteva forse la sua visita non lasciare strascichi e controversie? Eccoci quindi pronti a discutere e confutare i maldestri e tutto sommato abbastanza ridicoli tentativi di Trump di affascinare gli europei.

Durante una conferenza stampa, coadiuvato dal premier inglese Theresa May, Trump si è profuso in una serie di critiche su un tema che da anni a questa parte fa la fortuna dei politici di destra e permette loro di fare sfoggio di dialettiche rivoluzionarie e pensieri politico-filosofici geniali: l’immigrazione.

Trump enuncia frasi del tipo “permettere a milioni di persone di venire in Europa è molto, molto triste”, “la libertà di immigrazione che c’è in Europa è una vergogna”, e “State perdendo la vostra cultura, le vostre nazioni non sono quello che erano 50 anni fa”.

La May, probabilmente spinta da quell’orgoglio britannico che da secoli rende gli abitanti delle isole leggermente antipatici al resto del continente, ha cercato di mitigare i latrati di Trump asserendo che il Regno Unito ha una grande tradizione relativa all’accoglienza di persone bisognose, in fuga da povertà e miseria.

Ma, carissima Theresa, a me un paio di frasi di circostanza non bastano mica. Trump, che ha riportato alle stelle le tensioni tra la popolazione americana bianca e le minoranze afro-ispaniche a livelli mai visti da decenni, viene in Europa a dirci come fare per mantenere integra la nostra stabilità nazionale e il nostro retaggio culturale.

Io mi chiedo, cosa ne sa Trump? Cosa direbbe se sapesse che il sindaco della città che lo alloggia, Sadiq Khan, è di origini pakistane? Sarebbe inutile spiegargli come Khan sia un perfetto esempio di cittadino europeo, nato da genitori giunti in Inghilterra dopo lo scioglimento del Raj Britannico, il dominio coloniale inglese che copriva le aree dell’attuale India, Bangladesh, Pakistan, e Birmania.

E questo dettaglio ci porta a una discussione più ampia. Oggigiorno, molti politici si riempiono la bocca di questa “cultura europea” come se fosse un bene tangibile da salvare a tutti i costi. È in seguito agli sproloqui sull’”identità europea” che si formano isterismi come quelli che oggi avvolgono la Nazionale di calcio francese. Ma cos’è la cultura europea? Come la definiamo? È quella dei Paesi latini, come l’Italia? Quella delle aree della penisola iberica un tempo occupate dagli Arabi, i cui abitanti ancora portano, in parte, nomi e sangue arabo? Quella dei Celti di Cornovaglia e Bretagna? Quella dei popoli slavi giunti da est? Quella dei Balcani per secoli sotto l’influenza degli asiaticissimi Ottomani? Quella dei popoli germanici a nord?

La verità è che il nostro continente è da sempre diviso, frammentato tra centinaia di popoli e culture. Quindi quello che dobbiamo fare come europei è questo: abbracciare la nostra diversità, il nostro passato coloniale, le guerre e i regimi che negli anni hanno causato enormi spostamenti di popoli tutt’intorno al nostro continente, tanto piccolo quanto denso di storia e storie. Non abbiamo bisogno di ascoltare un Trump che venga qui a dividerci dai nostri fratelli il cui sangue o nome viene da altrove, non abbiamo bisogno di altro disprezzo e odio, stavolta importato da oltre l’Atlantico.

Come diceva Victor Hugo: “una guerra tra Europei sarà sempre una guerra civile”.

 

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