Aretha, la voce di una regina

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È stata la voce dell’anima di un popolo. Mettendo il suo talento al servizio del pop, del soul e del rhythm and blues. Lo aveva fatto in maniera stupefacente. Aretha è morta. Ma la sua voce rimarrà a farci compagnia per sempre.

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La regina del soul si è spenta all’età di 76 anni. È morta dopo una lunga malattia. Ma in fondo, come capita con tutti i grandi che hanno saputo stregarci ed emozionarci con la loro arte, Aretha Franklin vivrà per sempre nei nostri cuori. La sua voce avrà per sempre un posto speciale nella nostra memoria. Così, al cordoglio e all’emozione per la scomparsa di un’icona della musica del Novecento, noi del GAS vogliamo contrapporre tre polaroid scattate nel corso della sua lunga e ineguagliabile carriera che ben rappresentano quest’icona della musica black. Orgoglio e vanto di una intera comunità, quella afroamericana, di un interno popolo, quello americano.

Il primo episodio, la prima istantanea è di appena tre anni fa. Quando la regina Aretha si esibisce a sorpresa alla cerimonia dei Kennedy Center Honors. Un riconoscimento alla carriera che premia quelle persone che si sono particolarmente distinte nel mondo dello spettacolo. Aretha è lì per omaggiare Carole King, l’autrice di “(You make me feel) a natural woman”, una delle tante perle di “Tapestry” il disco capolavoro della King. Carole sembra una pazza e non crede ai suoi occhi quando vede Aretha che si siede al pianoforte per intonare quella che rimarrà come la canzone di maggior successo per entrambe. Un manifesto della condizione femminile. Un inno alla vita. A rendere incancellabile l’esibizione c’è la presenza, fra il pubblico, di Barack Obama, il primo presidente di colore della storia americana. Obama trattiene a stento le lacrime.

https://www.youtube.com/watch?v=XHsnZT7Z2yQ

Seconda polaroid. Se per i Blues Brothers “siamo in missione per conto di Dio” era solo una battuta divertente poi entrata nel mito, per Aretha, esserlo era naturale come respirare o bere un bicchier d’acqua. Lei, figlia di un pastore battista, lo aveva fatto cantando in chiesa fin da bambina, fin da piccolissima. Era cresciuta a Detroit, in una casa frequentata regolarmente da due figure leggendarie come il reverendo Martin Luther King e la prima cantante gospel universalmente conosciuta, Mahalia Jackson. Un padrino e una madrina d’eccezione. Aretha, in missione per conto di Dio ha continuato ad esserlo, malgrado abbia bazzicato la musica del diavolo. Quel blues che per così tanto tempo e con così tanta forza ha saputo restituire il sentimento di un popolo. Un popolo a cui Aretha ha dato voce. Ma prima aveva chiesto il permesso a suo padre, un uomo buono al servizio della comunità e impegnato nella battaglia per i diritti civili. Lui disse sì. Grazie, reverendo Jackson.

Il terzo scatto lo dedichiamo alla capacità di una nazione che, seppur così giovane e dalle tante anime diverse, ha saputo alimentare e vivere dei veri e propri riti collettivi. Radicati e intimi. La musica è senza dubbio uno di questi. Un modo straordinario per tornare a sentirsi piccoli piccoli, cullati da una voce senza tempo capace di condensare la vita è la morte, la gioia è il dolore, felicità e tristezza, una donna e una bambina, in una sola voce. In un solo canto. Semplicemente Aretha. Aretha che nel 1976 registrerà il suo album più bello, la sua gemma più preziosa, quell’ “Amazing Grace” che rimarrà per sempre nella storia della musica e nei nostri cuori come un disco salvavita. Che guarda caso verrà registrato dal vivo proprio in una chiesa. È stata la voce dell’anima di un popolo. Mettendo il suo talento al servizio del pop, del soul e del rhythm and blues. Lo aveva fatto in maniera stupefacente. Aretha è morta. Ma la sua voce rimarrà a farci compagnia per sempre.

 

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