C’era una volta un fiduciario

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Senza voler infierire né tantomeno azzardare una qualsivoglia sentenza a carico di persone che in questo momento si trovano a essere in balia di vicissitudini giudiziarie potenzialmente traumatiche, quel che va detto è che, forse, la parola fiducia non è la parola più adatta da accostare alle pratiche e ai servizi che le fiduciarie offrono ai propri clienti. Troppo spesso dietro a grandi sorrisi e solide strette di mano si nascondono doppifondi nei quali andando a rovistare meglio si celano scheletrini e altre magagne. Tanto che, a proposito di fiduciari sfiduciati, è proprio di questi giorni la notizia di cronaca che vede protagonista l’ex gran consigliere già presidente dell’UDC Paolo Clemente Wicht.

Presidentissimo del partito democentrista ticinese dal 2003 al 2007, Wicht si trova ora agli arresti domiciliari essendo indagato nell’ambito di un’inchiesta che ipotizza a suo carico una serie di reati patrimoniali. A coordinare le indagini c’è il procuratore pubblico Andrea Minesso, incaricato di chiarire i contorni della vicenda riguardo ai presunti misfatti commessi da Wicht. Insomma, un po’ come già era accaduto in aprile quando nel mirino della magistratura d’oltreconfine era finito un altro esponente di spicco del partito, quel Tiziano Galeazzi, gran consigliere e consigliere comunale di Lugano, per il quale era stato chiesto il rinvio a giudizio nel quadro dell’inchiesta italiana “Pecunia Olet” (leggi qui).

Come questi episodi c’insegnano, quando la cosa accade una volta è evidente che ci troviamo di fronte a un caso. Se le volte però sono due si tratta a questo punto di coincidenza. Alla terza ecco che siamo di fronte a un fatto. Ora, senza per forza che questa legge della statistica venga confermata da un terzo arresto o rinvio a giudizio, la cosa certa, qui, riguarda la palese assenza di regole in grado di contrastare l’attuale Far West nell’ambito finanziario e fiduciario in particolare. Non a caso “fiduciarie oscure” le definiva in un articolo dello scorso anno il Sole24Ore che, riferendosi all’allora ancora capo della magistratura John Noseda, delineava un ritratto piuttosto desolato e preoccupante della situazione.

“Nel 2016 – scriveva il quotidiano economico italiano – il ministero pubblico ticinese ha aperto 11.124 nuove inchieste contro le 10.578 del 2015, una differenza dovuta all’aumento dei reati finanziari. Mentre i furti sono diminuiti del 14% in un anno, i crimini economici sono aumentati del 10 per cento. Noseda parla apertamente di «situazione d’urgenza» spiegando che «il 50% degli autori di reati finanziari sono italiani, così come italiani sono una proporzione significativa delle vittime. La vicinanza geografica e culturale con l’Italia favorisce la criminalità finanziaria in Ticino.”

Una storia antica che, a un anno di distanza, rimane identica a se stessa malgrado i protagonisti della fiaba, i volti della principessa, del principe e dell’orco cattivo cambino di volta in volta. Ciò che però non cambia è invece la morale. Fatta di leggi poco severe e di una volontà politica che non ha finora preso decisioni di rilievo in grado di arginare lo stato delle cose o anche solo porsi come un valido deterrente per chi delinque in ambito finanziario e non sia ancora e sempre invogliato a farlo.

 

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