Desmond affogato nel lago dei ciliegi

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Il Ceresio si chiama così per via dei ciliegi che una volta punteggiavano numerosi le sue rive. Quando questi delicati alberi fioriscono è uno spettacolo fastoso ma effimero, uno sbuffo di primavera. Pochi giorni di vita, e i petali sottili, come seta portati dal vento, guizzano in aria e planano dolcemente sulle acque nere, su acque cupe e profonde di quello che in tempi preistorici era un fiordo abitato da mostruosi sauri anfibi.
Desmond era quel poveraccio del Benin che è morto affogato nel fiordo dei ciliegi. Qualche giorno fa, ricordate? Un’uscita con i compagni dell’OSC (Desmond era ricoverato per motivi psichiatrici) e pluf, giù nel fondo delle acque nere, a fare compagnia alle ossa dei rettili antichi. Un bell’articolo di TIO, a firma di Stefano Pianca, ne tratteggia con sensibilità e professionalità la storia e la fine. Una storia sbrecciata e lacerata:
Una madre uccisa davanti a lui durante l’esodo verso l’Europa, un padre sconosciuto. Un diploma col 5,5 di media ottenuto alla SPAI come costruttore stradale. Il lavoro alla Cogesa dove era apprezzato come collaboratore.
“(…)Pagava la sua cassa malati (quanti integrati lo fanno?) e contribuiva col 10 per cento del salario al fondo per la migrazione. Intanto riusciva a mettere da parte anche dei risparmi.”

Ci racconta Pianca su TIO. Poi d’accordo, aveva un caratteraccio. Essere profughi non significa, come vorrebbero leghisti e salviniani, essere dei santi-cani asserviti, umili e ossequiosi. Ci sono anche quelli che ti sfanculano senza tanti preamboli, come faccio io d’altronde.
Ah, ho scordato, come al solito, dopo anni e dopo l’integrazione, l’ufficio federale della migrazione ha deciso che Desmond doveva andarsene fuori dalle palle. Raus, via, barchéta e camélin e andersen, come piace dire agli udcileghisti.
Tutti lo pensiamo anche se non lo sapremo mai. Non sapremo se a Desmond è scivolato un piede ed è sprofondato in un fondale infido, o se ha deciso che la sua vita a quel punto non valeva più un cazzo.

È lecito pensarlo no?

A noi rimangono le sue foto dolorose su Facebook, con le dita alzate in segno di vittoria, con le mani alzate come a voler acchiappare i petali dei ciliegi.
Ma quei petali gli sono scivolati dalle dita per andare a baciare le acque nere e fonde.

Ecco, ogni tanto vorremmo dimenticarli. Ignazio, morto bruciato in un sottoscala di Massagno, il giovane Boris, anche lui rapito dalle acque di quel lago. Storie di vita ingiusta e bastarda, storie misere e gigantesche, nelle urla che sorde risuonano dietro a quelle morti.

Vorremmo dimenticarli ma non possiamo, non dobbiamo, perché sono nostri fratelli.

Un ramo di ciliegio sempre alto in mano terremo per loro.

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