Dodicenni dietro le sbarre anche in Ticino?

Corridoi infiniti, mura in calcestruzzo e sbarre a porte e finestre. Il Centro educativo chiuso per minorenni (Cecm) proposto dai giovani liberali, sorgerà nei pressi di Castione-Arbedo e sarà munito di 10 posti letto per ospitare giovani dai 12 fino ai 18 anni.

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“Le pacche sulle spalle non bastano”

Sono passati otto anni da quando i giovani liberali lanciarono l’iniziativa popolare “le pacche sulle spalle non bastano”, chiedendo che venisse costruito anche in Ticino un centro detentivo per minorenni. All’epoca si parlava di emergenza, eppure, secondo l’Ufficio di statistica, nel 2010 (ndr. stesso anno dell’iniziativa) si riscontrò, addirittura, un dimezzamento dei casi di delinquenza minorile.

Progetto accalappiavoti? Ci rimane un dubbio, come ci rimane per gli aspetti pedagogici che starebbero dietro questa iniziativa.

Fatto sta che i giovani PLR raccolsero le firme necessarie e così, dal 1° gennaio 2018, il Ticino ha modificando il Concordato sull’esecuzione delle pene relative ai minorenni. In parole povere, dal 1° gennaio di quest’anno, possiamo tenere anche noi ragazzini in prigione; sempre che Berna ci conceda il prestito di 7,8 milioni di franchi per la costruzione del carcere.

È la proposta di una società violenta

Non è mancata di certo l’opposizione. Il sindacato VPOD ha presentato una petizione per sensibilizzare i cittadini e di deputati su questa iniziativa che considerano inutile, dannosa e pericolosa. Peter Schrembs*, intervistato dalla giornalista Raffaella Brignoni di Area ci dice

“Il progetto di carcere minorile è ideologico ed è lo specchio di una società violenta. Nutriamo forti perplessità riguardo al valore pedagogico-educativo e le misure restrittive della libertà previste. Mettere in carcere un minore è un atto criminale, non educativo.”

Una società la nostra che ha innalzato negli ultimi anni l’asticella della crudeltà e della violenza, e che decide di utilizzare le maniere coercitive e di inasprire le pene, anche con gli adolescenti. Ma può, la privazione della libertà, avere degli effetti educativi?

“Il diritto penale poggia su un principio centrale: l’educazione deve prevalere sulla pena. Nel caso di minorenni le misure educative e terapeutiche si sono scoperte più efficaci di quelle detentive.”

Bisogna quindi insegnare, ricordandosi che ci si trova di fronte a un minorenne, che non ha ancora terminato lo0 sviluppo.

“Per crescere un bambino, ci vuole un’intera tribù”

Proviamo a spostare la nostra attenzione al prima, prima del reato e prima di arrivare a mettere il piede in una cella. È possibile intervenire tempestivamente?

In molti casi i così detti “ragazzi difficili” provengono da situazioni familiari al limite del degrado, dove subiscono abusi e percosse, tra l’incuria e l’indifferenza generale.

Sono vittime di stereotipi in una società che non digerisce il debole, impedendo a questi figli di nessuno di uscire dal un circolo vizioso. Tra il diventare preda ad essere un predatore il passo è breve, e così i “ragazzi difficili” varcano la porta a sbarre del non ritorno.

Abbandonati dai parenti, dal gruppo di coetanei, dalla società e dallo Stato stesso si ritrovano a dover badare a loro stessi, a dover sopravvivere, nel bene e nel male, al limite di quella linea che segna il giusto dallo sbagliato.

Come credere che togliendoli da questo mondo che non ha mai dato loro un posto possano imparare? Parliamo di rieducare, ma se non gli abbiamo mai insegnato niente, non possiamo parlare di reinserimento sociale. È un illusione; come per il pesciolino rosso a cui si promette il mare e poi lo si immerge in una boccia di vetro.

Un vecchio detto africano recita “per crescere un bambino, ci vuole un’intera tribù”, se i vecchi masai, tra i leoni e la savana, hanno coniato questo modo di dire, forse un perché c’è…

*Dottore in filosofia e membro del coordinamento contro il centro educativo chiuso minorile

 

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