Fuga di cervelli, massacro di anime

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Ogni anno in Italia migliaia di ragazzi lasciano famiglie in lacrime e posti vuoti a tavola perchè una classe politica fallita e depravata banchetta e gozzoviglia con il tuo futuro, ingozzandosi delle tue speranze, dei tuoi sogni, dei tuoi desideri e vomitandoti in testa precarietà, incertezza, paura.

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Emigrare è una merda. Non importa da dove parti e dove arrivi. È come strapparsi la pelle e lasciarne una striscia sanguinolenta nella terra dove sei nato, dove sei cresciuto. E non c’è una carriera, un lavoro prestigioso che possa, una casa con giardino che possa valere lo staccarsi dalle braccia di tuo padre, tua madre, le tue sorelle che piangono e sparire dietro un gate o dentro una carrozza. Te ne vai con le tue valigie dove hai ficcato di malavoglia i tuoi vestiti, le tue cose, tutta quella che era la tua vita fino a quel momento, e fai un salto nel vuoto.

Arrivi a un migliaio o più di chilometri da casa e ti ritrovi da solo agli arrivi di un aeroporto o nell’atrio di una stazione, mentre magari fuori nevica, e quel freddo hai l’impressione di non averlo mai provato prima, ti entra dentro, ti colpisce come uno schiaffo. E da quel momento il tuo unico appiglio è spesso una voce al telefono, o un volto pixelato su Skype; non vedi più niente, ogni cosa viene raccontata, a volte accennata, molto più spesso immaginata. È come uscire dal cinema alla fine del primo tempo del film. Ti perdi tutto. E a volte, tante volte, inizi a pensarci: staranno bene? Cosa faranno? Mi diranno se qualcosa non va? E ti fissi,a volte, entri una specie di ciclone d’ansia, e ogni volta che suona il telefono, che appare un nome familiare sullo schermo, non puoi fare a meno di avere un brivido, di domandarti se è solo una chiamata per sentirti o una notizia che non vorresti sentire. Perchè fra un cugino che si è sposato e il racconto dei parenti che son venuti a casa dopo anni proprio quando tu non ci sei, si infilano anche quelle.

E vorresti essere là, accanto a quella persona che sta male. Ma non puoi fare altro che guardare tutto da lontano, raccogliere le notizie che puoi, continuare a chiederti: “Farò in tempo a vederlo ancora?”. Sai che ogni chiamata potrebbe comunicarti quello che non vuoi sentire, e un po’ quasi inizi a prepararti, ti tieni stretti quegli ultimi momenti in cui hai guardato quella persona negli occhi, le ultime parole che hai sentito dalla sua voce: “Sai, a volte non sto proprio bene…”. Perchè quando tornerai nel tuo paesello, troverai solo un vuoto. Una mancanza. Una definitiva assenza. Ed è una crepa che si allarga, qualcosa di meno che ti tiene legato a quei posti. Finisci per non vedere l’ora di tornare a casa, quella che ora chiami così, dove hai ricostruito una vita, un mondo parallelo in cui hai piantato qualche solida certezza a cui aggrapparti.

C’è chi, per ignavia o per orgoglio, si ostina a dire che ci vuole più coraggio a restare che a partire. Come se fosse un gioco da ragazzi lasciare la tua famiglia in lacrime, andare a finire in un posto dove non conosci quasi nessuno, non avere la possibilità di stare vicino alle persone a te care quando sono felici o quando stanno male, vedere la loro vita scorrerti davanti e viverla solo per riassunti e racconti, perderti i primi passi di un bambino o il pranzo di Natale con i maglioni e le mille portate. Ci vuole molto più che coraggio. Ci vuole un cuore piantato a forza nel petto perchè non scappi via e regga gli urti. Ci vuole la forza di tenere a bada quella paura che non se ne andrà mai.

Ogni anno in Italia migliaia di ragazzi lasciano famiglie in lacrime e posti vuoti a tavola perchè una classe politica fallita e depravata banchetta e gozzoviglia con il tuo futuro, ingozzandosi delle tue speranze, dei tuoi sogni, dei tuoi desideri e vomitandoti in testa precarietà, incertezza, paura. Perchè il tuo Paese è diventato una palude nella quale rischi di affondare, in cui sopravvivi, spesso, solo se impari a galleggiare nella merda e nel fango. E a volte resti incastrato, rischi di soffocare, e l’unica cosa che puoi fare è strappare via un pezzo di te, lasciarlo attaccato e aggrapparti al primo tronco nella corrente. E di questo, tutti, da ogni parte, se ne fregano. Fuga di cervelli, la chiamano. Io la chiamo macelleria di cuori. Un massacro di anime, lento e silenzioso. Come consumarsi. Disfarsi. Dissanguarsi.

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