Genova, le concessioni e il Far West

Non è accettabile che le decisioni vengano prese sull’onda dell’emozione, calpestando la magistratura. Probabilmente Autostrade per l’Italia è responsabile del crollo del ponte Morandi. Tuttavia, non possono essere i forcaioli su internet o gli ingegneri di Facebook o i complottisti a decretarlo.

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Dopo tre giorni dal disastroso crollo del ponte Morandi a Genova, costato la vita a 38 persone, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato:

“Oggi il governo, tramite la competente direzione del Ministero delle Infrastrutture, ha formalmente inoltrato ad Autostrade per l’Italia la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione. Il governo contesta al concessionario che aveva l’obbligo di curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell’autostrada A10, la grave sciagura che è conseguita al crollo del ponte”.

Già immediatamente dopo il disastro, i ministri Toninelli, Di Maio e Salvini avevano annunciato di voler ritirare la concessione rilasciata ad Autostrade per l’Italia, gestore del ponte Morandi senza aspettare i tempi della magistratura. Sull’onda dell’emozione, i ministri non avevano considerato che questa idea è quasi impossibile da realizzare. Forse l’unico ad essersene reso conto, da politico navigato e “furbacchione”, come lo ha definito Antonio di Pietro in una recente intervista su la7, è stato il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sulla questione dapprima ha gridato allo scandalo, al “chi sbaglia paghi”, poi ha fatto dietro-front mostrando un atteggiamento più prudente.

Di Maio e Toninelli, invece, hanno continuato a sostenere il ritiro della concessione, dimostrandosi “ministri improvvisati”, sempre secondo una definizione del sopracitato DI Pietro. Toninelli, in particolare, ha dimostrato di essere un Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture che non conosce convenzioni e accordi che riguardano il suo ministero. In particolare, Toninelli non ha mai letto la convenzione siglata tra Anas e Autostrade per l’Italia nel 2009, nel quale sono elencate le opere in gestione tra le quali, appunto, il ponte Morandi a Genova. Se lo avesse fatto, Toninelli avrebbe letto che l’art. 8 prevede che, nel caso in cui lo Stato accerti che si sia verificato un grave inadempimento riguardo gli obblighi stabiliti, provvederà a comunicare gli elementi dell’accertamento effettuato stabilendo un “congruo termine” entro il quale Autostrade per l’Italia dovrà provvedere “in ordine degli accertamenti” fornendo le proprie giustificazioni. Trascorso il termine per gli accertamenti senza che gli stessi siano stati effettuati dal concessionario o senza che il concedente li abbia svolti, lo Stato potrà allora avviare il procedimento di decadenza. Esso è regolato dagli artt. 9 e 9 bis. Ai sensi dell’art. 9, la decadenza viene dichiarata in caso di perdurata e grave inadempienza del concessionario. La decadenza va dimostrata e lo Stato concede un termine non inferiore a 90 giorni e ulteriori 60 giorni a seguito della prima diffida.

Al termine del procedimento di decadenza, lo Stato dovrà comunque pagare ad Autostrade per l’Italia un importo corrispondente al valore netto dei ricavi della gestione.

Inoltre, ai sensi dell’art. 9 bis, in caso di recesso, risoluzione o qualunque cessazione anticipata del rapporto, lo Stato è tenuto a corrispondere ad Autostrade per l’Italia un indennizzo.

Dunque, le perplessità sulla revoca ad Autostrade per l’Italia sono molteplici. Innanzitutto, deve essere dimostrata l’inadempienza grave e perdurante del concessionario. E questa non riguarda solo il ponte Morandi, ma tutte le strade e i ponti che la società ha in gestione. Per far ciò la magistratura è indispensabile: in uno Stato di diritto non si condanna senza un processo.

Inoltre, l’indennizzo che lo Stato rischia di dover pagare in caso di recesso improvviso (il crollo del ponte, per quanto gravissimo, non è una giusta causa) potrebbe essere di svariati miliardi. Un costo che l’Italia, il cui debito pubblico è drammaticamente alto, non può permettersi.

Infine Toninelli ha annunciato di volersi costituire parte civile. Dimentica però che nella stessa convenzione i controlli erano affidati dapprima all’Anas, poi a una commissione di vigilanza statale dal 2013. Controlli da parte dello Stato italiano che non sono mai stati fatti. Dunque, lo Stato non sarebbe parte civile ma responsabile civile, un prezzo da pagare molto alto.

Volendo prendere le difese dei ministri, si potrebbe dire che hanno agito sull’onda dell’emozione, sconvolti dall’accaduto. Anche se, osservando le foto di Salvini che si diverte a una cena a Messina proprio la sera del crollo è difficile crederlo… Ad ogni modo, se l’emozione è giustificabile, non lo è la sciatteria che contraddistingue la classe politica italiana. Non è accettabile che un ministro delle Infrastrutture non conosca la convenzione siglata tra Anas e Autostrade per l’Italia nel 2009, non sappia chi ha oneri, quale siano le penali previste. Non è accettabile che il Presidente del Consiglio, avvocato e professore di diritto civile, non corregga lo stesso ministro quando confonde “parte civile” con “responsabile civile” o quando intima ad Autostrade per l’Italia di dimostrare le sue mancanze ignorando quello che in diritto si chiama “onere della prova”.

Non è accettabile che le decisioni vengano prese sull’onda dell’emozione, calpestando la magistratura. Probabilmente Autostrade per l’Italia è responsabile del crollo del ponte Morandi. Tuttavia, non possono essere i forcaioli su internet o gli ingegneri di Facebook o i complottisti a decretarlo. Deve essere una commissione di esperti ad accertare le responsabilità, in modo che chi ha davvero sbagliato paghi. Altrimenti si instaura un regime giustizialista: ci si fa giustizia da soli, in qualsiasi modo, non importa chi è davvero il colpevole.

Questa atmosfera da far west della politica italiana è preoccupante: fa presagire infatti che anche quando si dovrà scegliere a chi affidare la nuova concessione si prenderanno decisioni avventate, improvvisate come lo è questo governo.

 

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