Le serie TV sono i nostri migliori amici?

Non ci vogliono dotte statistiche per capire che le serie TV, i film o i videogiochi sono diventati i nostri passatempi preferiti, ma perché le amiamo così tanto e ci fa così “male” dir loro addio?

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Il cast di “Il Trono di spade” ha ufficialmente finito le riprese dell’ultima attesissima stagione. Si sta per chiudere così un’era; e io, insieme ad altri moltissimi fan, mi sto già preparando psicologicamente al trauma che seguirà la fine dell’ultima puntata, che ci lascerà in balia dell’incertezza e della confusione con la flebile speranza di poter trovare qualcosa di vagamente simile al suo universo fantasy.

Non vi è mai capitato, quando finite un buon libro, una fiction o videogioco, di percepire quella vaga sensazione di malinconia, quella triste sensazione di dover dire addio a tutti quei personaggi che abbiamo iniziato a conoscere, ad amare e a odiare e che abbiamo accompagnato in innumerevoli peripezie?

Non ci vogliono dotte statistiche per capire che le serie TV, i film o i videogiochi sono diventati i nostri passatempi preferiti, ma perché le amiamo così tanto e ci fa così “male” dir loro addio?

I fattori che determinano la buona riuscita di uno dei nostri passatempi preferiti, possono essere molteplici. Oltre a tutti i dettagli tecnici, è fondamentale avere una buona trama, uno sviluppo ancora migliore ma soprattutto dei personaggi che riescono dare vita alla storia. Sono loro il vero cuore dell’opera e noi impariamo ad amarli per le loro “qualità”; sono il nostro alter ego inconscio, il nostro partner ideale, la persona che vorremmo avere a fianco nei momenti più difficili.

Ma soprattutto loro non hanno aspettative nei nostri confronti, per loro, noi andiamo bene così. Per conoscerli basta esserci, è sufficiente accendere la televisione o aprire un libro. A loro non importa se siamo la voce fuori del coro, se siamo timidi, se siamo brutti, se siamo poveri o cosa abbiamo fatto in passato.

In quante altre situazioni nella nostra vita possiamo permetterci di essere noi stessi senza dare spiegazioni? Ci viene insegnato ad essere produttivi, sempre concentrati ed attenti per dare sempre il meglio di noi in tutto e per tutto, per “prepararci” al mondo del lavoro ed essere competitivi. Non ci possiamo permettere di avere la luna storta di fronte al cliente, di avere il mal di testa o di dire quello che pensiamo. Anche internet, che una volta era simbolo di libertà individuale, oggi sembra aimprigionarci in una realtà che non ci appartiene. Paradossalmente la vita sociale sta diventando sempre più selettiva, e creare legami duraturi diventa sempre più difficile man mano che le possibilità stesse di fare nuove conoscenze diventano più facili, costringendoci quindi ad essere più interessanti di quello che siamo in realtà.

Recentemente l’OMS ha proposto di definire la dipendenza dai videogiochi (come Fortnite o Candy Crush) come dipendenza patologica, ovvero ponendola allo stesso livello del gioco d’azzardo o della tossicodipendenza. Curiosamente, anche con la diffusione dei romanzi nell’800 si era creato una sorta di panico generale, con l’idea che la gente non riuscisse più a distinguere la realtà dalla finzione.

Se i videogiochi e le fiction costituiscono oggi le uniche opportunità di evasione e riescono a darci ciò di cui necessitiamo, prendendo il posto dei rapporti umani reali, è arrivato il momento di porci delle domande.

La società è formata da innumerevoli elementi, ma siamo noi che decidiamo il nostro agire. La pazienza, la cordialità, la comprensione, l’apertura mentale, sono tutti comportamenti che possiamo adottare, indipendentemente da chi ci governa, a prescindere se c’è traffico sulle strade o se abbiamo dimenticato il caricatore del telefono a casa. Fin troppo spesso ci dimentichiamo che siamo noi a poter fare la differenza per qualcuno che ha bisogno di aiuto, e che prima di qualsiasi bene materiale, l’uomo, ha bisogno di umanità.

 

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