Morire a 9 anni perché ti credi gay

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A Denver, in Colorado, un bambino di nove anni si uccide in seguito al mobbing dei compagni. Nella sua ingenua gioventù, aveva detto ai compagni di essere gay.

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Storie brutte a volte ci cascano addosso come sassate da un cavalcavia. Il nostro essere umani, genitori, nonni, ci confronta con i colpi che ci recano storie tristi e angosciose che coinvolgono bambini. È la nostra parte migliore in fondo, quella parte che protegge, difende e soffre quando a soffrire sono i più piccoli.

Jamel Miles, di anni nove, di Denver, Colorado, credeva di essere gay. Non che non sia possibile, ma di solito a quell’età, quando gli ormoni oggettivamente non sono ancora entrati in circolo, è difficile stabilire il proprio orientamento sessuale. Che lo fosse o no, per noi non ha nessuna importanza. Noi il nostro Jamel l’avremmo amato anche se fosse stato verde a pallini rosa.

Jamel, nella sua ingenua infanzia lo aveva detto alla mamma, che probabilmente non gli aveva dato troppo peso, anzi, da brava mamma, lo aveva abbracciato dicendogli che lei lo amava così, semplicemente come persona. Una brava mamma dice che non le importa nulla. Figlio, anima, persona rimani, indissolubilmente legata da quel legame di sangue o di amore che unisce due persone per sempre.

Jamel racconta a mamma che lo vuole dire ai compagni di scuola, è spaventato ma si dice orgoglioso di essere gay. Che cosa pensava Jamel? Non lo sappiamo. A nove anni giochi con la Playstation, corri nei prati, vai in bici a rotta di collo giù per le discese, vai con mamma e papà al McDonald. Questa sua pulizia di pensiero però gli è fatale.

Dopo quattro giorni di mobbing a scuola da parte dei compagni, Jamel si toglie la vita. È un pensiero abnorme e oscuro, solo immaginare una cosa del genere. Crea un dolore intenso e profondo, immaginare questo bambino perseguitato che trova scampo solo nella morte, una morte che dovrebbe essere lontana anni luce da lui. Jamel sarebbe dovuto morire negli anni a venire, dopo avere amato, vissuto, sofferto e riso. Lui lo aveva detto alla sorella grande, che i suoi compagni gli avevano detto di uccidersi.

Jamel era un bambino fragile, delicato, preda di sentimenti forse troppo grandi per lui. Jamel non era probabilmente un combattente, uno che sfanculava chi gli diceva quelle cose. Jamel metteva quelle cattiverie nel suo zainetto, che si faceva sempre più pesante e cupo, intriso di odio. A un certo punto quel peso è stato troppo, e la fragile mente di Jamel ha preso il volo.

Oggi la scuola ha messo a disposizione delle famiglie un aiuto psicologico ma ha, soprattutto, lavorato per prevenire fatti del genere. Il bullismo, l’odio gratuito fanno parte della specie, come i buoni sentimenti. Siamo noi adulti che abbiamo il dovere di proteggere i nostri figli, di dargli i mezzi per reagire e quelli per capire quanto dolore possono provocare con la loro incurante cattiveria, che spesso è figlia di famiglie già dedite all’odio.

Accogliamo il dolore di Jamel, facendolo un po’ nostro, perché ogni storia triste deposita sedimenti nei nostri cuori, crea un fango, un humus dal quale possono nascere dei fiori. Sta solo a noi decidere se annaffiarli o lasciarli seccare.

 

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