Stupido web, ci fai perdere il QI

Difficile dire se effettivamente il web danneggia l’umanità, ma chi è a contatto con studenti constata che le loro capacità di apprendimento e di studio, peggiorano negli anni, in maniera magari impercettibile, ma evidente.

Di

Tim Cook, amministratore delegato di Apple.

Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale.

Sean Parker, fondatore di Naspers

Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook.

Cosa hanno in comune questi 4 personaggi? Ovvio, sono tutti legati al web, alle tecnologie informatiche e soprattutto, hanno o hanno avuto un ruolo di primo piano nel loro sviluppo. Ma hanno in comune anche un’altra cosa: hanno dichiarato che il web danneggia l’umanità, come ha evidenziato un servizio (troppo breve) del telegiornale della RSI, di venerdì 20 luglio. Potrebbe sembrare il classico scoop estivo, ma non è così per almeno due motivi. Il servizio del Telegiornale si conclude mostrando i pargoli dei guru della Silicon Valley in una scuola dove non c’è internet, tablet, telefonini e altri strumenti simili. Ebbene, queste scuole esistono effettivamente e stanno riscuotendo un successo crescente, mentre da noi siamo ancora nella fase di diffusione quasi istituzionalizzata di questi strumenti “per favorire l’apprendimento”.

Difficile dire se effettivamente il web danneggia l’umanità, ma chi è a contatto con studenti constata che le loro capacità di apprendimento e di studio, peggiorano negli anni, in maniera magari impercettibile, ma evidente.

Il dato è stato evidenziato anche empiricamente. Trentasei anni fa James Flynn, professore di filosofia presso la University of Otago in Nuova Zelanda, ha notato che in ogni Paese industrializzato dell’intero pianeta i risultati medi dei test del QI, il quoziente di intelligenza, stavano crescendo ininterrottamente di 0,3 punti all’anno (test che si svolge sui giovani di 18-19 anni). Ma un recente lavoro (http://www.pnas.org/content/early/2018/06/05/1718793115) svolto da Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg del Centro di Studi Economici “Ragnar Frisch” in Norvegia che ha esaminato gli stessi test sul periodo dal 1970 al 2010, ha invece mostrato come il QI abbia iniziato un cammino inverso.

Le cause identificate sono tre. Riassumo le prime due: gli stupidi sono di più perché si riproducono più rapidamente; possibile peggioramento nell’alimentazione, mentre vale la pena di soffermarci sul terzo punto. Una spiegazione potrebbe essere dovuta a domande tendenziose dei test che sembra peggiorare il ragionamento astratto. I ricercatori però ritengo che il deterioramento delle capacità di ragionamento astratto (determinante per lo sviluppo umano) sia dovuto ad altri elementi. “La televisione e internet hanno ricondotto l’uomo indietro nel mondo dei concetti concreti, cui fa sempre riferimento l’immagine. Fino al momento in cui l’essenza della comunicazione era costituita dalla parola, la capacità di categorizzare è cresciuta. Nel momento in cui ha iniziato a prevalere la comunicazione per immagini, quest’abilità non è più stata essenziale e ha iniziato a essere dimenticata”.

Se relazioniamo le prese di posizione dei big della Silicon Valley e i risultati dei due studiosi norvegesi, possiamo – con buona attendibilità astrattiva! – concludere che forse gli smartphone non sono la causa del nostro crescente cretinismo, ma certo vi danno un contributo certo non marginale. Un esempio, meno astratto. Solo una quindicina di anni fa, quando si incontrava per strada una persona che parlava ad alta voce in quello strano apparecchio attaccato all’orecchio, sorridevamo con sufficienza, ritenendolo uno stravagante o un cretino a dipendenza degli stati d’animo. Oggi non ci facciamo più caso, ma se uno invece di approfittare del fatto che sta camminando, correndo o semplicemente passeggiando, per meditare o sognare, fa altre cose con ausilii digitali, è abbastanza evidente che il nostro pensiero astratto ne risente. Lo stesso succede se quando ho la necessità di approfondire un argomento complesso, invece di elaborare un percorso di ricerca e di studio per arrivare alla soluzione, mi basta spendere alcuni secondi su Google (magari senza nemmeno verificare l’attendibilità della fonte).

Il problema può apparire marginale se adottiamo una visione individuale (tutti noi ormai usiamo questi mezzi che spesso sono utili) ma diventa evidente nella sua complessità quando adottiamo un approccio globale, dove le informazioni o disinformazioni si diffondono istantaneamente senza sforzo di verifica e di analisi. Insomma, se nella Silicon Valley hanno deciso che è meglio mandare i propri figli e nipoti in scuole che sembrano quella della prima metà del ‘900, forse vale la pena di affrontare il tema molto seriamente.

 

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