Tadesse  e i rossocrociati in nero

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Ma quante bandiere rossocrociate a Berlino, sul percorso della maratona per l’uomo nato ad Asmara  esattamente 36 anni fa, e che festa gli fanno i suoi compagni arrivati al traguardo quando lui aveva già concesso interviste e celebrato la medaglia d’argento alle spalle dell’imbattibile, formidabile belga Koen Naert. Naert, un infermiere famoso più per essere accorso in un giorno libero ad aiutare la gente ferita durante l’attacco dei terroristi dell’Isis che per i suoi tempi sulla maratona.

Tadesse Abraham puntava all’oro, era il favorito, ma la sua grande vittoria è stata l’argento, per aver vinto la voglia matta di seguire il belga: sarebbe stata la sua fine, sarebbe crollato. ”Era troppo forte” ammetterà avvolto nella bandiera rossocrociata. Fra la folla spunta anche il figlio Elod, che pare sia un genietto a scuola, suona pure il piano, dice con molto orgoglio il papà. Anche il piccolo con la “nostra” bandiera. La nostra? Eccolo il lapsus freudiano: perché Tade si sente svizzero sul serio, perché quando è sfuggito alla delegazione eritrea ai mondiali di cross a Bruxelles tanti anni fa, nessuno lo voleva. Che sai fare? “Correre” diceva. “Come te ne abbiamo a decine” gli rispondevano i belgi.

Ed era vero. Tadesse allora vaga per l’Europa con l’idea fissa di arrivare in Svizzera di cui aveva sentito parlare così bene. Nel 2006 Arriva a Chiasso, poi a Uster in un bunker con un una cucina e un bagno per 24 richiedenti l’asilo. 3 mesi, poi passa a una baracca, già molto meglio, fa il garzone in bicicletta per 8 franchi al giorno, sino al colpo di fortuna: il Leichtathletik Club Uster lo ingaggia, lo fa correre, lui comincia a vincere a livello regionale, poi svizzero. A Meinier nel canton Ginevra conosce sua moglie, anche lei corre, anche se a livello più modesto.

Tadesse sa però che solo la corsa lo farà diventare un vero svizzero, accettato da tutti. Nel 2014 ottiene il passaporto e si piazza nono agli europei di Zurigo.Nel 2016 vince gli europei di mezza maratona ad Amsterdam ed è nono anche alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Viene accettato dai formidabili etiopi che si allenano sopra i 2500 e talvolta anche sopra i 3000 metri. Gli etiopi, quelli che lui, secondo la casta militare eritrea che impone lo stato di guerra continuo, dovrebbe combattere e uccidere in una terribile guerra fra gente che muore

di fame. Proprio in questi giorni questa interminabile guerra sembra conclusa con un trattato di pace, che lui, grazie allo sport, aveva già firmato prima.

Tadesse è umile, di poche parole, i colleghi della TV di Ginevra fanno fatica a strappargli qualche frase ad effetto. Emerge solo il realismo di chi è abituato a una vita durissima nei pascoli e nella poca terra fertile.

Il papà, per fortuna, intuisce che il figlio è intelligente, e lo manda a scuola; sveglia alle 5 e 12 chilometri a piedi e di corsa per arrivare in classe. Poi la ferma, i militari che lo mandano ai mondiali di cross.

Ma Tadesse non ha un grande talento naturale. Nessuno lo vuole. Vaga  in cerca di una nazione. Quando la trova, dopo sei mesi, chiama i genitori da Uster: “Ce l’ho fatta!”.

Ora di patrie ne ha addirittura due, oltre alla sua di origine: perché specialmente dopo l’impresa di Berlino, Uster e Ginevra si contendono il campione e il concittadino, che per i romandi è ormai diventato un “genevois”.

Tadesse ha ancora pochi anni ad alto livello; una olimpiade e un europeo, forse.

Intanto sta trascinando molti svizzeri alla faticosa corsa sulle lunghe distanze, e poi insegnerà a correre, anzi insegnerà a vivere grazie al duro lavoro. Perchè lui ce l’ha fatta pur non avendo il talento di un Keino, di un Bikila,  di un Gebreselassie.

Perché non possiamo farcela noi che abbiamo tutto? Perché qualcosa ci manca, e sono la forza e la perseveranza che derivano dalla povertà: quelle ce le insegna Tadesse, il profugo eritreo.

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