Bentornati a scuola

Pensavamo che non avrebbero avuto il coraggio di farlo alla luce del sole, e invece no. Pensavamo che almeno davanti ai bambini si sarebbero fermati, e invece no. Pensavamo che dopo gli anni ’40 non sarebbero più successe cose simili. E invece…

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Diciamocelo chiaro: per molti versi, la situazione italiana legata al razzismo sta diventando incontrollabile. E non si pensi che sia solo una paranoia da zecche; persino l’ONU ha deciso di intervenire, formando una commissione internazionale che possa andare a valutare lo stato delle cose nella vicina penisola.

Perché questo discorso? Perché la sindaca leghista del comune di Lodi, tale Sara Casanova, ha deciso di infrangere uno dei secolari tabù per quanto riguarda la persecuzione razziale civile: prendersela con i bambini.

Già, proprio i bambini. Una donna per giunta, da cui, e lo dico come uomo, solitamente ci si aspetta più empatia, più emotività, più umanità insomma. Ma forse il bandolo della matassa sta proprio in cosa, di questi giorni, le nuove destre europee considerino “umano”.

In ogni caso, torniamo sul pezzo. A Lodi, così come in molti altri paesi italiani, gli allievi delle scuole elementari beneficiano di tariffe ridotte per i servizi di scuolabus e mensa. Fin qui nulla da dire; sgravare le famiglie dai costi dell’istruzione è una cosa che non criticherei mai. Ma la situazione cambia per i bambini che hanno la sfortuna di essere extracomunitari, o anche solo di avere un membro della famiglia che lo è.

La Casanova, infatti, applicando fantomatiche leggi statali, ha approvato – assieme alla sua squadraccia chiamata dai media italiani “giunta di centrodestra” una misura che blocca l’accesso a queste agevolazioni a chiunque sia, come detto, extracomunitario o membro di una famiglia che comprende un extracomunitario. L’unico modo per queste famiglie per accedere a questi servizi è fornire una dichiarazione patrimoniale emessa dai Paesi d’origine, a testimoniare come non si possiedano beni in altre nazioni.

Inutile dire che questa apparentemente piccola gabola burocratica non è intesa per essere facilmente superabile; tralasciando i casi in cui è ovviamente impossibile, come per chi proviene da Paesi da cui è fuggito addirittura illegalmente a causa dell’oppressività dello Stato d’origine, spessissimo ottenere questa dichiarazione da Paesi molto poveri, corrotti o addirittura in guerra è un onere da migliaia di euro e mesi di attesa – una madre filippina intervistata dalla rete televisiva La7 testimonia come andare nelle Filippine a richiedere questa dichiarazione costerebbe “almeno mille euro”. Spesa da sostenere se non si vogliono vedere più che raddoppiati i prezzi di pasti e trasporti per i giovanissimi, di cui moltissime famiglie di ceto basso sono costrette a usufruire.

Dopo uno sciopero di tre giorni, i genitori hanno scelto di mettere per prima cosa il futuro dei propri figli, mandandoli ugualmente a scuola con un pranzo al sacco da consumare in classe, lontano dalla mensa degli altri bambini di razza pura italica. Non ho figli, e probabilmente non ne avrò per anni, ma sono abbastanza sicuro che mi si spezzerebbe il cuore vedere il mio piccolo segregato dai suoi compagni, in un’età in cui il razzismo, grazie al cielo, ancora non dovrebbe esistere.

Oltre a infliggere un colpo basso all’economia delle famiglie extracomunitarie, la sindaca leghista pone le basi per una vera e propria segregazione razziale a scuola, nella quale si sono già verificati incidenti legati a insulti o atti di matrice razziale, secondo gli oppositori fomentati appunto dalla separazione etnica in atto tra i bimbi.

Oltre a sopraggiungere in me uno scoramento per il nuovo, deprimente caso di cronaca fascioleghista, sale anche un profondo senso di delusione, per la direzione che sta prendendo un Paese che si proclama apertamente contro certe pratiche proprio nella sua Costituzione.

Pensavamo che non avrebbero avuto il coraggio di farlo alla luce del sole, e invece no. Pensavamo che almeno davanti ai bambini si sarebbero fermati, e invece no. Pensavamo che dopo gli anni ’40 non sarebbero più successe cose simili. E invece…

 

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