Caro Francesco, sai quando io gay mi sento inquieto o no?

Di

“Cosa diresti a un figlio omosessuale che vuole andare a convivere con il suo partner?”
“Bisogna vedere a che età si presenta questa inquietudine. Se è bambino ci sono tante cose da fare con la psichiatria.”

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Caro Francesco,
Io credo che tu sia — dei tre che ho visto nel mio quarto di secolo — il papa con le migliori intenzioni.

Credo che tu abbia dei sani principi e che voglia fare del bene.

Credo che tu abbia detto e continui a dire molte cose all’insegna della tolleranza e del rispetto: hai detto ai genitori di non cacciare di casa i figli in quanto omosessuali, di parlarci, di dialogare, di amarli.

Credo che tu sia il papa più sovversivo, in un certo senso.

E proprio per questo il più pericoloso.

Perché poi quando dici queste castronerie, con quella voce pacata e sicura di sé, quel volto pacioso di chi non è arrabbiato con nessuno, quel fare serafico di chi è in pace col mondo, quella reputazione di tolleranza e rispetto e dialogo e amore e… Ecco, quando dici queste castronerie a me ribolle il sangue ancora di più.

E vuoi sapere perché, caro Francesco?

Perché i fedeli penseranno: questa è tolleranza, questo è rispetto, questo è dialogo, questo è amore.

Perché i fedeli penseranno: ecco come si parla di un omosessuale, ecco come si parla a un omosessuale.

Perché i fedeli penseranno: il papa è dalla parte dei gay, quindi questa è una visione moderna, liberale, tollerante-rispettosa-eccetera.

I fedeli penseranno di aver fatto grandi passi verso la comunità LGBT+, di averci CONCESSO la loro tolleranza, il loro rispetto, eccetera — e quando noialtri alzeremo il dito, quando tenteremo di ribattere, quando ci diremo offesi, i fedeli ci manderanno al diavolo (letteralmente?) perché ci avevano già fatto quella concessione, avevano già fatto dei passi avanti. Cosa vogliamo di più?

Ci manderanno al diavolo quando ribatteremo che no, non sono moderni, perché l’omosessualità (anche in tenera età) non è affare della psichiatria dal 1990 (ma la decisione è del 1973). Non solo: qualsiasi tentativo di terapia di conversione, o riparativa (anche in tenera età), è oggi proibito dalla comunità scientifica. Si tratta di pratiche psicologicamente devastanti, oltre che inefficaci. E come potrebbe essere altrimenti? Quale “terapia” contro qualcosa che non è una malattia? Come “riparare” qualcosa che non è rotto o spezzato, ma soltanto insolito?

Fare ricorso alla psichiatria in caso di omosessualità non è tolleranza, non è rispetto. È una coercizione, e quindi non è dialogo. È una coercizione dannosa ed egoista, e quindi non è amore.

Ci manderanno al diavolo quando ribatteremo che no, non sono liberali, se considerano la nostra omosessualità un’inquietudine — quando, addirittura, ci spingeremo a dire che la nostra inquietudine nasce proprio dalla loro omofobia.

Dire: tu hai un problema, tu sei sbagliato, tu hai qualcosa che non va, tu SEI qualcosa che non va, vediamo di curarti, vediamo di aggiustarti — questo non è tolleranza, non è rispetto. È un monologo miope, e quindi non è dialogo. È un monologo miope e violento, e quindi non è amore.

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Ma tu, caro Francesco, lo vuoi sapere – in quanto omosessuale – quando mi sento o sono sentito inquieto?

Se ti va, te lo racconto.

Mi sono sentito inquieto quando ho capito che non avevo gli stessi gusti dei miei amichetti, che non mi interessavano i loro discorsi sulle compagne di classe. Mi sentivo inquieto perché avevo già capito di dovermi nascondere, di dover fingere interesse; ché altrimenti mi avrebbero escluso, preso in giro, magari picchiato.

Mi sono sentito inquieto quella volta che mamma disse “Non starai mica crescendo gay?”

Mi sentivo inquieto tutte le volte che qualcuno raccontava una barzelletta sugli omosessuali (ma i termini usati erano assai più volgari), e tutti ridevano, ridevano. Perché non lo sapevano, ma ridevano di me.

Mi sentivo inquieto quando i toni s’incupivano parlando del gay-del-piano-di-sopra. Quando mi dicevano di non dargli confidenza, di stargli alla larga. Perché temevo che un giorno l’avrebbero detto anche di me: di non darmi confidenza, di starmi alla larga.

Mi sono sentito inquieto quando, durante le attese lezioni di “educazione alla sessualità”, l’argomento non è stato neanche sfiorato. Perché ho temuto di non esistere.

Mi sentivo inquieto quando i miei coetanei usavano tra loro la parola “frocio” come un insulto. Perché allora ero un’offesa, ero un’ingiuria, e cosa più?

Mi sentivo COSÌ inquieto quando dovetti nascondere il mio primo amore, vivere la mia prima relazione nei vicoli bui e nei momenti rubati, sebbene volessi gridare al mondo che l’amavo e che la mia vita allora aveva un senso, che ero come gli altri, che non ero un’offesa, un’ingiuria, una barzelletta, ma un essere umano. Ma temevo che le nostre famiglie ci avrebbero scoperti e allontanati, come nei film d’altri tempi.

Mi sono sentito così inquieto quando le nostre famiglie ci hanno scoperti e allontanati, come in un film d’altri tempi.

Mi sono sentito così inquieto quando la psicologa ha cercato di curarmi con una terapia riparativa. Perché allora non sapevo niente del 1973 e del 1990 e della comunità scientifica: l’Esperta mi stava dicendo che ero sbagliato, che dovevamo ripercorrere le tappe del mio sviluppo psicosessuale e “capire dov’era il blocco”. Ma allora il mio amore, il mio senso, la mia umanità, non erano che il frutto marcio di un blocco evolutivo? Allora davvero ero solo un’offesa, un’ingiuria, una barzelletta.

Mi sono sentito inquieto quando il parroco mi ha detto di non preoccuparmi, perché tanto “i peccati della carne sono i meno gravi”. Perché allora il mio amore, il mio senso, la mia umanità erano pure peccato.

Mi sento inquieto, oggi, quando cammino per strada con il mio fidanzato. Perché la gente è strana e a volte ci fischia, ci insulta, ci deride, o ci alza le mani. E allora ho un po’ paura di finire in ospedale.

Mi sento inquieto, oggi, quando sul posto di lavoro tutti parlano della fidanzata e io devo stare zitto, perché chissà se al capo va bene, di avere un dipendente gay; e se al capo va bene, magari mi licenzia “per il bene dell’azienda, per questioni di immagine”; e se non mi licenzia, magari i colleghi mi guardano storto.

Mi sento inquieto, oggi, quando vengo cacciato da un bar perché tengo la mano al mio fidanzato. Perché quel gesto privato è diventato pubblico, quello sguardo intimo è diventato un reato.

Mi sento inquieto, oggi, quando qualche ministro dice che non siamo una famiglia, che non siamo come gli altri. Eppure facciamo le stesse cose che fa una famiglia, ci teniamo la mano come fanno gli altri, ci guardiamo come si guardano gli innamorati.

Mi sento inquieto, oggi che ho un quarto di secolo, quando sento di un ragazzino omosessuale che è stato picchiato, cacciato, ammazzato; o che si è tolto la vita. Perché quel ragazzino potevo essere io. Perché un po’ capisco come si è sentito e mi dispiace, non è giusto, vorrei dirgli che non è sbagliato, che non è un’ingiuria, un’offesa, una barzelletta — che il suo amore ha senso, che è un essere umano. Ma troppe voci gridano il contrario, e la mia si perde nel frastuono.

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E invece, caro Francesco, lo vuoi sapere quando NON mi sento o sono sentito inquieto?

Quando ero piccolo, così piccolo da non essere preso sul serio, e potevo dire liberamente che mi piaceva uno dei Backstreet Boys.

Quando ero piccolo, così piccolo da non prendermi sul serio, e giocavo a fare la sfilata e dicevo di voler fare “il modello” (ma in realtà pensavo a Naomi Campbell e Cindy Crawford) e mamma mi applaudiva.

Quando, alle medie, ho confessato al mio migliore amico che pensavo di essere gay, e lui ha detto qualcosa tipo: “Ok. Io no, ma per me non cambia niente.”

Quando mi sono innamorato, e tutto è andato al posto giusto.

Quando ho dato il primo bacio, mentre le mie mani s’intrecciavano con quelle di un altro essere umano come me, e allora non ero solo, non ero sbagliato; e come poteva quel sentimento immortale essere un’offesa, un’ingiuria, un peccato?

Quando, oggi, conosco una persona e la mia sessualità non è argomento di interesse.

Quando, oggi, posso dire “Domenica sono andato al lago con il mio ragazzo” senza che l’altro spalanchi le fauci, senza che l’altro risponda “Ah, non sapevo fossi gay!”

Quando, oggi, penso a un futuro migliore, in cui l’omosessualità non verrà considerata una malattia, né un’inquietudine; in cui TUTTI gli psichiatri rideranno in faccia a chiunque chieda loro di curare il figlio o la figlia omosessuale; un futuro in cui il nostro amore, il nostro senso, la nostra umanità non verranno utilizzati a mo’ di ingiuria, di offesa, di barzelletta; in cui per strada non dovremo preoccuparci d’essere derisi, picchiati, ammazzati.

Quando immagino un futuro in cui, semplicemente, VOI non sarete così inquietati dalla diversità (o infastiditi, o spaventati) da puntare il dito e descrivere NOI come inquieti.

(Nella psichiatria che ti piace tanto, caro Francesco, questa cosa si chiama “proiezione”.)

Perché la verità è che la nostra inquietudine nasce solo e soltanto dal vostro continuo dirci che siamo malati, sbagliati, spezzati — che andiamo curati, aiutati, riparati. La nostra inquietudine passa dai vostri sguardi paternalistici, dalle vostre opinioni velenose, dalle vostre paure irrazionali. La nostra inquietudine è la vostra omofobia.

E allora, caro Francesco, ti propongo questo: immagina con me un mondo in cui dallo psichiatra non ci vanno gli omosessuali, ma chi gli omosessuali li deride, li picchia, li ammazza; chi li caccia dai bar o, peggio, di casa; chi li licenzia e li guarda storto; chi li considera inferiori, fastidiosi, spaventosi.

E se ti viene difficile, prova a rileggere le ultime righe sostituendo “ebrei” a “omosessuali”.

Allora, non è un mondo migliore?

Stefano Verza

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