Credi in qualcosa, sacrifica tutto

“Credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto.” Uno slogan fottutamente bello, e che in fondo, commercio a parte, dà un messaggio potente, forse più potente dei tweet di odio. Un messaggio che dice: io sono stato disposto a metterci la faccia, ho perso tanto, tutto, voi fareste altrettanto? Se il coinvolgimento di afroamericani e ispanici avverrà alle prossime elezioni, sarà anche grazie a persone come Colin Kaepernick, persone che sono, come dicono i suoi allenatori, dei condottieri d’attacco.

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Colin Kaepernick ha il viso lungo e gli occhi tristi, capelli crespi e vaporosi, una nuvola che gli incornicia il volto ieratico.

Comincia emergere nell’Università del Nevada. Colin gioca a football come tanti ragazzoni americani, lui è nero, come tanti giocatori. Non che ci importi, ma è utile alla nostra storia. Quarterback, fu scelto nel corso del secondo giro (36º assoluto) del Draft NFL 2011 dai San Francisco 49ers

Da due anni Colin non batte chiodo, è fuori, pur essendo uno dei migliori giocatori in circolazione.

Quel pazzo di Colin, nel 2016, fu capofila delle proteste nel football contro le persecuzioni da parte della polizia contro le minoranze nere. Iniziò a non alzarsi più in piedi, insieme ad altri, quando in campo suonava l’inno americano. Inginocchiato, guardava le note di quell’inno che avrebbe dovuto rappresentare anche lui e i suoi fratelli, danzare nell’aria senza senso.

Altri seguirono il suo esempio, anche in altri sport, rinfocolando polemiche e creando un serio problema a Donald Trump, che incarognito chiese che tutti i giocatori che si erano inginocchiati durante l’inno fossero licenziati. Nella sua ultima partita, da quarterback titolare, Colin Kaepernick fa vincere i 49ers contro i Los Angeles Rams, segnando la conversione da 2 punti decisiva a 31 secondi dal termine.

Il contratto però non gli viene rinnovato. Da allora Colin è in panchina, nessuno lo vuole, il segregazionismo moderno del padrone-Donald lo ha relegato ai margini del campo. Da due anni continua ad allenarsi, sperando in un ingaggio.

Quando i giornalisti gli chiesero perché quella protesta provocatoria, a dimostrazione che lo sport è spesso megafono per rivendicazioni politiche, Colin rispose:

“…perchè la polizia usa violenza contro la nostra comunità, perchè in questo Paese è ancora forte il pregiudizio razziale.”

La macchina del fango sui social cominciò a massacrarlo, dimostrando, a tutti gli effetti, che il fascismo si era spostato dalle strade sul web, ne siamo consapevoli anche noi in questi anni.

A dare voce e rivalsa a Colin è un brand sportivo, la nike. Non lo fa per buon cuore, ma semplicemente perché, soprattutto con l’avvento dei social, il branding, ovvero il costruire immagine, passa anche spesso da prese di posizione sociapli, soprattutto se il proprio pubblico apartiene ad un area sensibile. Fu Toscani con Benetton a varare questo coraggioso modo di fare pubblicità. Oggi i tempi sono cambiati e tutto è più calcolato. Rimane però, anche nel commerciale un’arma potente.

Vediamo il viso di Colin in bianco e nero. Una frase semplice e minuta, in bianco:

“Credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto.”

Uno slogan fottutamente bello, e che in fondo, commercio a parte, dà un messaggio potente, forse più potente dei tweet di odio. Un messaggio che dice: io sono stato disposto a metterci la faccia, ho perso tanto, tutto, voi fareste altrettanto? Se il coinvolgimento di afroamericani e ispanici avverrà alle prossime elezioni, sarà anche grazie a persone come Colin Kaepernick, persone che sono, come dicono i suoi allenatori, dei condottieri d’attacco.

Sulle 120 yard, il tempo della difesa è finito, forse il calcio che porterà a segnare tra i pali bianchi della porta contro Donald Trump, porterà anche la firma di Colin Kaepernick.

 

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