Gli schiavi italiani in Belgio e in Svizzera

È il manifesto di quaranta professori belgi di origini italiane a dare una lezione di storia e di umanità al ministro Salvini.

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Il battibecco tra il ministro Salvini e il ministro lussemburghese degli Esteri (leggi qui)ha sollevato delle questioni importanti. Il paragone dei migranti di oggi coi migranti italiani di ieri (soprattutto in Belgio e in Svizzera) ha fatto stizzire un sacco di persone, si sono sprecati i vari distinguo, sul fatto che gli italiani erano tutti lavoratori mentre i migranti di oggi sarebbero tutti criminali. A parte le partigianerie c’è un ovvio, e cioè che le migrazioni portano con sé un sacco di persone oneste ma anche dei criminali. Lo hanno fatto gli italiani esportando mafia, camorra e ‘ndrangheta, e lo hanno fatto gli attuali migranti che insieme alle migliaia di lavoratori hanno ovviamente esportato dei fuorilegge.

Ma a sorpresa, una certa resistenza a questo pensiero, viene soprattutto dai discendenti di quei minatori belgi di Calabria o Sicilia, dai figli di quei lavoratori, che hanno spesso subito vessazioni simili, terribilmente simili a quelle che subiscono oggi i migranti in Italia.

È il manifesto di quaranta professori belgi di origini italiane a dare una lezione di storia e di umanità al ministro Salvini. Questa è anche una pagine nera della storia del lavoro in Svizzera, con gli stagionali e le loro famiglie fantasma, con le persecuzioni e le condizioni disumane in cui erano spesso costretti a vivere i migranti. Citiamo dal manifesto:

“In quanto cittadini italiani residenti all’estero, emigranti o figli di emigranti, non possiamo che essere scioccati dalla totale assenza di prospettiva storica nella dichiarazione del ministro Salvini. Il ministro lussemburghese ha avuto ben ragione di rammentare al ministro italiano l’utilità di riferirsi alla storia dell’emigrazione italiana per comprendere i flussi migratori contemporanei, pur non essendo questi ultimi della stessa natura della prima.

Tra il 1946 e il 1960 l’Italia prese contatti con un certo numero di Paesi europei per esportare italiani disoccupati, poveri e senza avvenire, del Nord e del Sud dell’Italia. Convenzioni bilaterali furono firmate dall’Italia con il Belgio (1946), la Francia (1947), i Paesi Bassi (1948), la Germania (1955), il Lussemburgo (1957), la Svizzera (1964) per l’esportazione di manodopera. Prima della creazione dell’Unione Europea, più di un milione di italiani, spesso con le famiglie, fu costretto a lasciare l’Italia. Italiani costretti all’esilio. L’Italia ha esportato la propria miseria per assicurarsi uno sviluppo economico negli Anni ’60. L’Italia ha esportato una parte della sua gioventù per permettere ad un’altra parte di essa di trovare lavoro in Italia.

In Belgio, nei Paesi Bassi, in Lussemburgo, in Germania, in Francia, in Svizzera, i migranti italiani hanno dovuto affrontare il rifiuto, il razzismo quotidiano, la discriminazione all’accesso all’alloggio, alle associazioni, ai bar, alcuni dei quali, nel Belgio degli Anni ’50, vietavano l’ingresso ai cani e agli italiani (anche in Svizzera NdR). Gli immigrati italiani sono stati considerati come criminali pericolosi da rimandare a casa. Venivano stigmatizzati perché “rubavano” le donne del posto. Si diceva di loro che sottraevano il lavoro ai cittadini nazionali. Erano accusati di approfittare della sicurezza sociale.”

Il manifesto prosegue parlando dell’odio che suscitavano a nord i “terroni”:

“Gli argomenti utilizzati oggi dal ministro Salvini contro gli africani sono esattamente gli stessi usati nel dopoguerra contro gli emigranti italiani, la cui storia nell’Europa del Nord, come già era capitato in precedenza nelle Americhe, è stata segnata da discriminazione, razzismo e stigmatizzazione. I terroni, gli italiani del sud emigrati nel nord Italia, quindi nel loro stesso paese, si sono trovati confrontati ad identiche situazioni e agli stessi problemi, come ce lo racconta magistralmente il bellissimo film di Luchino Visconti “Rocco e i suoi fratelli.””

I firmatari si chinano poi sul problema del lavoro e sull’ipocrisia salviniana:

“Sarebbe meglio dire cose vere, e cioè che si dica ai giovani italiani che devono andare nei campi a raccogliere frutta e verdura al posto dei migranti, che gli si dica di occuparsi dei malati e dei genitori anziani al posto delle migranti dell’Est o delle Filippine, che si dica che devono accettare lavori precari e poco considerati nei ristoranti, nell’orticoltura, negli alberghi, nell’edilizia, di sostegno alle famiglie, ecc.”

Seguono le firme di quaranta professori italo-belgi, figli di quei terroni, cresciuti nell’astio e nel razzismo. Anche noi conosciamo bene questa malattia, che colpiva gli italiani cinquant’anni fa e altre etnie negli anni a seguire. Stesso razzismo, stessa rabbia immotivata, stesse frottole montate ad arte. Oggi nessuno di noi, a parte quattro imbecilli irriducibili, pensa ancora che gli italiani non siano inseriti e non abbiano dato il loro apporto alla nostra società. Apriamo gli occhi, anche se c’è chi le fette di salame se le è incollate alla faccia con il cementit.

 

 

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