Il blocchetto più prezioso del mondo

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Il bisogno di comunicare è primario e quando lo facciamo parliamo di noi, esprimiamo all’altro chi siamo; se descriviamo un tramonto o una bella serata parliamo all’altro dell’emozione che ci ha dato, se ricordiamo un fatto lontano, raccontiamo di nostalgia.

Comunicare però non è la stessa cosa di parlare. La comunicazione è tale quando va a segno, quando comporta un cambiamento, una reazione della persona cui è rivolta, o di una situazione di fatto. Quante volte diciamo: “ lascia stare… non te lo dico neanche…” oppure: “ tanto che parlo a fare? A che serve?” .

La persona affetta da demenza vive uno stato, una rosa di emozioni, un mondo nuovo che ha un disperato bisogno di esprimersi. Il bisogno di comunicare in loro è tanto forte quanto forti sono le emozioni che patiscono e il bisogno di uscire dall’isolamento, di essere con-presi è tutto. Ma…. le loro parole sono spesso lontane dal senso comune…. le loro parole spesso si presentano come perline, isolette, piccoli prismi cui si fa fatica a dare un senso. Difficile mettere queste parole in sequenza, inanellarle in un filo logico, perché sono figlie di una logica diversa… una logica del tutto soggettiva, appartenente a un mondo incredibile e caleidoscopico che si forma e si sgretola nella mente di chi ci resta impantanato.

E allora i malati a volte parlano di ricordi confusi del passato, che magari si mischiano col presente, a volte sono davvero una libera sequenza di simboli. Ma sempre, sempre, indicano un bisogno, una richiesta che è reale. E allora io faccio così: le scrivo su un blocchetto, di getto in diretta appena escono. E ogni tanto, durante una pausa di silenzio, e ce ne sono tante perché la mente fa fatica a esprimersi e ha bisogno di riposo, nei silenzi io ripeto le ultime parole per aiutare la persona a ritrovare il filo e farle capire che la sto “ascoltando”. Allora può succedere che l’eloquio diventi più fluido, talvolta, ma sempre spunta un sorriso, un’espressione diversa negli occhi di chi è contento di essersi espresso.

E le parole diventano dei mattoni plastici che cambiano forma a seconda di dove vanno a finire e da cosa vogliono esprimere. Bisogna essere elastici, bisogna essere creativi e mai giudicanti. Quando alla fine si rileggono le parole in sequenza si capisce, si comprende, si sente il loro senso. E il senso di gratitudine di essere stati invitati a essere partecipi di un mondo raro e prezioso, tutto intimo, è talmente forte che va espresso.

E io rileggo e alla fine dico all’anziano quello che ho capito e chiedo se è giusto, e ringrazio dicendo: la ringrazio signora Kz. delle belle cose che mi ha detto; ci penserò su.

Ed è così… ci sto ancora pensando e il mio blocchetto è tra le cose più preziose che possiedo

*ausiliaria di cura

 

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