L’offensiva finale: un bagno di sangue?

L’offensiva russo-siriana, che tenta di dare una svolta definitiva alla guerra, rischia di trasformarsi in una crisi umanitaria e in un’ecatombe.

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In Siria, aerei da guerra russi hanno iniziato a bombardare Jisr al-Shughur e Al-Ghab, prima dell’offensiva definitiva su Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli, con l’obiettivo di riportarli sotto il controllo di Damasco; i cacciabombardieri hanno sferrato 20 attacchi colpendo anche l’area di Hama. Sono state segnalate diverse vittime tra i civili.

Dopo aver riconquistato la maggior parte del Paese, Assad rivolge ora la sua attenzione all’ultima roccaforte ribelle, a nord-ovest, a ridosso del confine turco.

L’enclave d’opposizione, attualmente, è patria di circa 3 milioni di persone, 750’000 abitanti prima della guerra, di cui un milione di bambini e almeno di 50’000 miliziani appartenenti a diverse formazioni ribelli; la più importante è la coalizione ombrello legata al Al Qaeda (HTS) che con 10’000 uomini controlla il 60% del territorio di Idlib, mentre il 40% restante è in mano agli uomini del Fronte di Liberazione Nazionale vicino alla Turchia; il Fronte è formato da diversi gruppi Ismailiti e combattenti dell’Esercito Siriano Libero, con l’obiettivo di contrabilanciare l’influnza HTS, considerata una organizzazione terroristica dalle Nazioni Unite, che controllerebbe zone chiave della provincia, compreso il valico di confine turco.

In questo contesto la Turchia teme l’offensiva di Assad per l’ondata di rifugiati nel suo territorio. Infatti il 28 agosto, l’ONU aveva avvertito che un attacco su vasta scala “avrebbe il potenziale per creare un’emergenza di dimensioni inimmaginabili”.

Per l’inviato delle Nazioni Unite, Staffan De Mistura, “i terroristi devono essere sconfitti, ma non a costo di migliaia di vite civili”. Il diplomatico propone due opzioni: ttemporeggiare in attesa di negoziati che conducano a soluzioni politiche ( caldeggiati da Ankara ); oppure permettere un corridoio umanitario attraverso cui evacuare la popolazione civile in un’area sicura.

L’Iran, un altro attore nello scenario siriano, attraverso il ministro degli esteri, Mohammad Javad Zarif, assicura comunque che la riconquista di Idlib avverà “con il minimo costo di vite umane”, per quanto valga una dichiarazione del genere.

Negli ultimi mesi la grande enclave dell’opposizione è stata anche un rifugio per le formazioni ribelli, con al seguito i familiari, provenienti da altre province spesso in seguito ad evacuazioni concordate con Damasco.

La guerra civile siriana ha prodotto in circa 8 anni, mezzo milione di morti, a cui si aggiunge lo sfollamento all’estero o lo spostamento nei confini nazionali di piu’ di metà della popolazione (19 milioni).

Di tutto questo si è parlato nell’incontro a Teheran, tra Iran, Turchia e Russia, e in una seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Ad oggi l’unico modo per evitare una catastrofe umanitaria è che le varie potenze straniere che hanno sostenuto il cambio del regime siriano abbandonino al loro destino i loro tagliagole di fiducia, negandogli armi, munizioni e soldi; scelta che farebbe collassare il califfato di Idlib.

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