Ma davvero i comunisti hanno perso?

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La Cina sta attuando programmi e iniziative faraoniche che stando mettendo in secondo piano gli altri Paesi. Quello che era l’incubo statunitense e occidentale si sta avverando, non con le testate nucleari, ma a botte di miliardi

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È il 2013, siamo in Kazakhstan. Xi Jinping Il presidente del Paese più popoloso al mondo, la Cina, tiene un discorso, menzionando l’antica via della seta, l’importantissima rotta commerciale che per secoli collegò l’Asia orientale con il mondo occidentale, passando per la Samarcanda di cui cantava Vecchioni.

Xi Jinping parla della necessità della cooperazione tra Cina e Kazakhstan, per ricreare questa via seguendo un approccio moderno e adatto alle nuove esigenze commerciali. Un mese dopo, il potente leader cinese è in Indonesia, a fare un discorso simile, questa volta declinato verso il mare.

Per comprendere il perché di tutto questo, va analizzato il problema geografico della Cina.

La parte più popolosa e produttiva del Paese, l’Est, è sostanzialmente circondato da zone geografiche che non favoriscono il commercio. In passato, una posizione strategica a livello commerciale fu ciò che fece la fortuna di Paesi come l’Olanda, l’Inghilterra o il Portogallo. La Cina, guardando verso oriente trova il Pacifico, enormemente vasto e storicamente dominato da potenze ostili, come il Giappone o gli Stati Uniti, verso occidente, dall’altro lato, la desolazione e la mancanza di infrastrutture delle pianure dell’Asia centrale e della Siberia.

Ma la Cina ha un prezioso alleato per risolvere questo problema: il tempo. Dato lo stampo autoritario del governo, e il fatto che a Xi Jinping è stato garantito il diritto di governare praticamente fino alla morte, il Partito Comunista Cinese non ha bisogno di ottenere risultati in tempi brevi per assicurarsi la vittoria nelle prossime elezioni. Nasce così la Belt Road Initative, abbreviata in BRI. Il più vasto e ambizioso progetto di infrastruttura nella storia dell’uomo, grazie al quale la Cina spera di riuscire a ridirigere il mercato mondiale sull’asse eurasiatico, indebolendo quindi la concorrenza americana per diventare la prossima superpotenza mondiale.

Il gigante rosso, che ha a disposizioni dosi pressoché infinite di potenza lavoro e denaro, ha preventivato una spesa di 4-8 trillioni di dollari per seguire questa strategia. Il piano cinese consiste nello sfruttare la sua stessa potenza produttiva per rendere le infrastrutture eurasiatiche in grado di sostenere l’intera capacità potenziale del flusso di mercato, rendendo così inutile agli europei di rifornirsi oltre Atlantico.

Migliaia di chilometri di gasdotti sono già stati costruiti verso il Mar Caspio, un network di treni ad alta velocità in Indocina, e molto altro. Per dare una misura dell’entità del progetto, 7 delle 10 più grandi agenzie di costruzione al mondo sono cinesi. Questi progetti hanno allargato la zona d’influenza cinese, ma non hanno ancora risolto del tutto il problema. Quindi la successiva mossa del governo comunista è stata sfruttare la povertà altrui; Stati in difficoltà economica come il Pakistan, lo Sri Lanka o Gibuti (sulla rotta marittima tra Cina ed Europa) sono ideali partner per allargare la sua influenza lungo la tratta. Un esempio è la cittadina pakistana di Gwadar, in cui è stato costruito un porto commerciale. Il Pakistan ha un’economia stagnante, minacciata da corruzione e instabilità. Un posto poco invitante per un investimento, almeno finché non si sono presentati i cinesi. Questo accadeva nel 2001. Ora, il porto di Gwandar è collegato alla Cina occidentale attraverso tutta la lunghezza del Pakistan grazie a una nuova e efficiente rete autostradale, un progetto da 61 miliardi di dollari, sponsorizzato dal governo cinese.

Gwadar è oggi il punto nevralgico dove la via della seta terrestre incontra quella marina, e questo investimento si è già diventato molto remunerativo per entrambe le nazioni. Il PIL del Pakistan sta vedendo la crescita più alta da decenni, mentre la Cina può beneficiare di una via commerciale nuova di zecca che collega il Paese al bacino commerciale dell’Oceano Indiano occidentale, prima di difficile accesso a causa della presenza dell’India, una potenza rivale e antagonista.

Di conseguenza, ecco una nuova rotta per beni e risorse provenienti dal Corno d’Africa e dal Medio Oriente. Sono una moltitudine i Paesi dimostratisi disponibili a accogliere investimenti cinesi per progetti di infrastrutture: Bielorussia, Polonia, Ungheria, e Russia sono alcuni. Molti altri Paesi con politiche simili si trovano in Asia centrale, Medio Oriente, Africa orientale e Oceania. Questi progetti vengono praticamente regalati agli Stati disposti ad accoglierli, ma a condizione di essere realizzati con larga presenza di lavoratori cinesi. In questo modo, la Cina ha anche occasione di revitalizzare il suo mercato edilizio, esportando forza lavoro che in patria stava iniziando a stagnare.

Ma non finisce qui: esiste una ragione per cui molti investimenti sono stati fatti in Paesi instabili e poveri, come il già menzionato Pakistan, la Mongolia, l’Etiopia, l’Afghanistan, lo Yemen e l’Ucraina. L’ultima fase di questo piano è stata svelata nel 2017, quando si è reso chiaro come lo Sri Lanka non fosse in grado di ripagare il prestito di 1.5 miliardi per la costruzione di un Porto commerciale. La Cina non si scompone, e mostra la sua ultima carta, richiedendo controllo diretto del porto, una fermata importante lungo la già menzionata via della seta marittima. La piccola nazione insulare è stata costretta ad accettare, in un modo simile a quello che le potenze europee fecero tempo fa sulle coste cinesi, in luoghi come Hong Kong, Macao, Tsingtao e così via. Di tutti i Paesi che hanno beneficiato o beneficeranno di investimenti cinesi legati alla BRI, oltre il 70% sono valutati dagli esperti come inabili a pagare completamente il debito, rimanendo quindi esposti alla richiesta cinese di controllo diretto delle infrastrutture costruite.

In sostanza, la Cina sta sì perdendo soldi, ma sta guadagnando importantissime basi navali estere in posizioni strategiche, sta aumentando la sua influenza in tutto il continente eurasiatico e in parte di quello africano, e sta riuscendo a contrastare la colossale influenza americana sul mondo. Le politiche isolazioniste americane, l’”America first” di Trump non stanno facendo altro che aiutare la Cina, che può avvicinarsi all’Europa

Quando cadde il muro di Berlino si gioì della fine del comunismo e della vittoria del capitalismo. Nell’euforia del momento, non ci si rese conto che un paese come la Cina, con una leadership comunista solida, un potenziale di sviluppo pressoché illimitato e la conoscenza degli errori sovietici, poteva costituire una seria minaccia commerciale e geopolitica volta a costruire una nuova sfera di influenza. Solo il futuro saprà dirci se riusciremo a allontanarci o meno dai dogmi della Guerra Fredda e quanto cambieranno i rapporti di potere nel mondo. Certo è che l’Europa è al centro, con USA, Russia e Cina che se la contendono come una bistecca. E alla fine la bistecca non è quella più felice ad un banchetto.

Domani arriveranno i cinesi, anzi, stanno già arrivando Sono efficienti, precisi, lavoratori e affamati. Chiedete ai sovranisti, come Salvini, Le Pen, Orban e i nostri UDCleghisti, se indebolire l’Europa frazionandola in cento orgogliosi staterelli è una buona idea. Chiedetegli se mostrare i muscoletti alla Cina, ormai egemone, servirà a salvarci quando, come cagnolini latranti e che si sono sbranati tra di loro fino a un minuto prima, cercheremo accordi col drago cinese.

 

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