Mollie e il suo sogno di libertà.

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Mollie, che è corsa via in un pomeriggio estivo, è diventata un simbolo di libertà ed emancipazione femminile. E il suo sacrificio ha ricordato a noi donne che niente e nessuno può fermare la nostra corsa.

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Mollie Tibbetts aveva vent’anni e studiava psicologia all’Università dell’Iowa. Nell’America profonda Mollie era nata e cresciuta, lì aveva la sua famiglia, un ragazzo, e tutti quei sogni che solo a vent’anni si possono avere. Nel “granaio d’America”, dove spianate di campi si perdono a vista d’occhio, la vita scorre lenta e le giornate sono tutte uguali. La noia, però, non aveva mai sopraffatto Mollie. Ragazza determinata, come molti suoi coetanei americani, aveva un lavoretto che le permetteva di mantenersi mentre studiava e una grande passione: la corsa.

Mollie aveva iniziato svogliatamente a correre e poi si era appassionata al punto da non potervi più rinunciare. La corsa la faceva sentire libera e, soprattutto, le aveva permesso di vincere le sue insicurezze. In una società, come quella statunitense, in cui la necessità di eccellere per sconfiggere la mediocrità viene instillata fin da bambini, Mollie si era spesso sentita a disagio. Come scriveva qualche mese fa su Twitter, nella sua vita non era mai riuscita ad eccellere in niente. Tranne che nella corsa. Correre le faceva raggiungere obiettivi sempre più duri, le dimostrava che lei poteva farcela da sola, usando le sue forze.

Facendo ciò che più amava, Mollie se ne è andata. Un pomeriggio di luglio, è uscita per l’allenamento quotidiano e non è più tornata. L’hanno cercata dappertutto e solo dopo un mese il suo corpo senza vita è stato trovato in un campo di grano vicino casa. Mollie è stata uccisa da un ragazzo poco più grande di lei, che l’ha tallonata con la sua auto mentre lei correva e non le ha più dato scampo.

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, appresa la notizia, ha provato a fare di Mollie uno strumento politico. Il bruto che l’uccisa, infatti, è un messicano immigrato irregolare, identificato grazie a delle telecamere di sorveglianza ed immediatamente arrestato.

Trump ne ha subito approfittato per scagliarsi contro l’immigrazione irregolare, per puntare il dito contro i clandestini che portano morte e violenza. La famiglia di Mollie, tuttavia, si è rifiutata di strumentalizzare il ricordo della sua ragazza a fini politici e ha ricordato al Presidente Trump che “il diavolo può palesarsi in ogni colore”.

Sì, perché Mollie non poteva essere un simbolo di odio. Mollie doveva essere un simbolo di speranza. E così è stato. Alla vigilia del suo funerale, le donne del villaggio in cui Mollie abitava, hanno organizzato una corsa in suo onore e hanno postato le foto sui social. Qualcuna ha creato l’hasthtag “MilesForMollie” e il miracolo è avvenuto. La storia di Mollie si è sparsa per tutti gli Stati Uniti e ha spinto migliaia di donne a indossare le scarpe da ginnastica e ad andare a correre. Teenagers, ragazze, donne adulte, runners esperte e neofite, da sole e a volte in zone isolate. Tutte sono scese in strada per Mollie. Un esercito femminile in corsa per l’America, pronte a sfidare la paura. Ogni ragazza ha scritto sulle scarpe o sulla maglietta “For Mollie” e ha postato su Instagram le immagini dei chilometri percorsi .

Alcune hanno sollevato il problema della sicurezza, evidenziando che, effettivamente, i pericoli che una donna “runner” corre sono molti. Altre, invece, hanno proposto una app. che lanci un allarme alla polizia ogni qual volta il percorso prestabilito cambi o si allunghi inaspettatamente. Tutte, però, hanno rivendicato il proprio diritto a fare ciò che più ci piace senza che la paura ci blocchi e il diritto a non permettere a nessuno di rinunciare alle nostre passioni solo perché siamo donne.

Così Mollie, che è corsa via in un pomeriggio estivo, è diventata un simbolo di libertà ed emancipazione femminile. E il suo sacrificio ha ricordato a noi donne che niente e nessuno può fermare la nostra corsa.

 

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