Noi siamo l’altra Svizzera

Una donna con due figli. Lei è eritrea, e una delle due bambine è malata. Il decreto di espulsione, come il macigno di una catapulta si abbatte su di loro. L’avvocato invoca la violazione dei diritti fondamentali.

Di

Leggiamo su Ticinolibero l’ennesima storia che, se avesse un rumore, sarebbe quello di stoffa strappata, quando trama e ordito si spezzano, e i fili contorti si attorcigliano su se stessi feriti.

Sarebbe un’eterna storia di cattiveria, di insensibilità, di disperazione.

Una famiglia eritrea, la bambina epilettica e con un ritardo mentale. Una disperazione nella disperazione, perché i bimbi mica te li scegli, arrivano e li ami come e più di te stesso, e quelli più fragili e meno fortunati, finisci per amarli un pizzico in più.

Possiamo immaginare ansia e angoscia? Un po’ si. Un po’ possiamo capire, noi empatici, la solitudine, la depressione, la voglia di lottare per i figli e la resa. Pensi magari che per te va anche bene, sei forte, ma i tuoi bambini no, e soprattutto quella piccola con qualche rotellina che se n’è rotolata in giro per i prati e quel male feroce che la costringe in convulsioni.

Ticinolibero ci racconta che madre e figli sono stati prelevati a Cadro alle 5 di mattina. Fa così la polizia, ti becca all’alba, quando sei assonnato, quando fai fatica a connettere e a reagire.

Non penso che gli agenti siano stati contenti di fare quel lavoro. Ti arruoli magari per combattere il crimine e poi ti trovi a fare lo sbirro cattivo che fa piangere i bambini. No, non è bello.

Il dipartimento delle Istituzioni,  alla RSI, ha ribadito che le decisioni sono di competenza della Confederazione, e il Cantone ha agito prestando  attenzione “come sempre di fronte a casi ritenuti delicati”.

In questo scaricabarile il DI ha anche ragione, certe decisioni vengono da Berna, da uffici che le persone manco le vedono. Ma Gobbi è colpevole altrettanto, già in passato il ministro ha fatto il muso duro e non è di certo uno che piange per una bambina epilettica sbattuta in mezzo alla strada. Lo ha fatto coi bambini ecuadoriani, con i due profughi integrati e per cui si era mossa anche la popolazione ticinese, Arlind e Yasin, chi si ricorda? Lo ha fatto con l’espulsione di genitori stranieri con figli svizzeri (leggi qui) (e qui).

A noi rimane come sempre quell’amarezza bruciante, perché noi, porca miseria, riusciamo a metterci nei panni di queste persone. E siamo la madre con la figlia epilettica in braccio, siamo i minuscoli bimbini ecuadoriani coi capelli lucidi e neri, siamo Arlind l’albanese, siamo Yasin l’iraniano, siamo Bevar il curdo iracheno.

Siamo e basta. Siamo perché esistiamo anche attraverso la felicita o la tristezza degli altri e queste storie di miserevole e infame burocrazia fanno ribollire il sangue.

Noi siamo. Siamo l’altra Svizzera.

 

 

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