Non c’è pace tra i camosci

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Non tutti i cacciatori sono dei criminali patentati e, di sicuro, la maggior parte di loro rispetta il codice e l’etica dell’arte venatoria. Eppure casi come questo non possono che mettere in cattiva luce l’intera categoria.

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L’episodio registrato domenica scorsa a Russo, in Val Onsernone, è di quelli che – poco importa da quale parte lo si guardi – fa ribollire di rabbia il sangue nelle vene. Tre giovani imbecilli, tutti e tre sulla trentina, hanno ucciso a colpi di fucile un camoscio femmina senza nemmeno saper far bene i loro calcoli visto che le hanno sparato a una distanza di poche decine di metri e in pieno centro abitato.

A essere stata infranta è la regola che prevede una distanza di almeno 50 metri dalle case – una prescrizione dettata dal buonsenso – per non mettere in pericolo la vita dei residenti. Ma pur di accaparrarsi un facile trofeo, quel mansueto camoscio diventato la mascotte del Centro Sociale Onsernonese, delle leggi se ne sono fregati bellamente. Facendo come se nulla fosse. Perché, dopo aver freddato l’animale, lo hanno subito caricato in auto sperando che nessuno s’accorgesse della bravata.

Difficile fare una lista completa degli argomenti, di quei temi in grado d’innescare facilmente la polemica e incendiare gli animi. Ma fra questi c’è, senz’ombra di dubbio, la caccia. All’origine di una frattura insanabile tra due opposte fazioni. Difesa a spada tratta da chi rivendica quest’antico retaggio che affonda le sue radici nella storia dell’uomo fin dalle sue origini e chi, invece, con spirito animalista e uno sguardo critico, condanna la caccia come una pratica barbara e oggi non più necessaria per potersi procacciarsi del cibo. Le divisioni che, da sempre, sono legate a doppio filo tra chi è pro e chi invece è contro non possono che ingigantirsi quando ci si trova di fronte a un episodio di questo genere.

Un atto tanto incivile quanto vile dove a svettare non è l’eroismo dell’uomo che ha la meglio sulla natura selvaggia, quanto piuttosto il disonore delle armi e l’ingiustizia di un gesto francamente inqualificabile proprio come accadeva tre anni fa, sempre a Russo, con l’uccisione di un altro camoscio, Cecil, in quel caso “mascotte” del Centro anziani ammazzato da un provetto cacciatore con una lunga esperienza alle spalle. Un avvenimento che innescò un vespaio di polemiche al punto che la notizia finì addirittura sul Blick.

Certo. Non tutti i cacciatori sono dei criminali patentati e, di sicuro, la maggior parte di loro rispetta il codice e l’etica dell’arte venatoria. Eppure casi come questo non possono che mettere in cattiva luce l’intera categoria. Notizia che, per ironia della sorte, segue di pochi giorni quella della pace fatta tra la RSI e la Federazione Cacciatori Ticinesi risentitasi per l’immagine poco lusinghiera che la serie televisiva “Il Guardiacaccia” aveva, secondo loro, restituito dei cacciatori. Per la serie: quando la realtà supera di gran lunga la fiction.

 

 

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