Povertà e populismo

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7% di poveri in Svizzera, il doppio in Ticino. Il dato è conosciuto da anni, ma il fatto che se ne sia parlato a Palazzo federale negli scorsi giorni è significativo, anche perché si è deciso di ridurre gli aiuti diretti per risolvere il problema.

Spesso si giustifica la situazione, affermando che essere poveri in Svizzera è comunque meglio che esserlo in altri paesi. Probabilmente vero dal punto di visto economico, ma molto meno da quello sociale. Essere povero in Africa perché hai meno di 1 dollaro al giorno, ma dove la grande maggioranza ne hanno 2, non è certo piacevole (anzi è una vergogna) ma forse c’è maggiore solidarietà e condivisione. Essere povero in Svizzera, non significa morire di fame, ma sicuramente significa essere escluso dalla società. Anche se puoi avere l’ultimo modello di telefonino o un’assistenza sanitaria di buona qualità, non potrai mai – o solo difficilmente – uscire da una spirale penalizzante sociale e culturale. Ma questo è un tema difficile in cui avventurarsi senza avere le necessarie informazioni statistiche e sociologiche. Meglio quindi lasciare questo compito agli specialisti.

Una cosa però è evidente. Nel 1993, l’1% degli svizzeri più ricchi possedeva l’8% del reddito nazionale, nel 2014 la loro percentuale è salita all’11,3%. Per quanto riguarda il 10% più ricco la percentuale è passata dal 29.2% al 33,6%. Sono dati sui quali scandalizzarci? Si e no. Si, perché una parte relativamente piccola della popolazione detiene una grande fortuna, no perché la distribuzione nel nostro paese è tra le “migliori” al mondo. Comunque, tra il 1998 e il 2104 il reddito disponibile reale della fascia di reddito più bassa è aumentato dell’8%, quella della fascia media del 16,6% e quello della fascia più alta del 15,4%. Il punto è proprio che i redditi più bassi crescono più lentamente di quelli più alti, mentre i costi (o le uscite) crescono per tutti con lo stesso andamento.

Anzi, se consideriamo, ad esempio, i premi delle casse malattia (che non sono compresi nell’indice dei prezzi) il carico sui redditi bassi diventa importante, anche se è vero che è possibile beneficiare degli aiuti pubblici, che ne riducono l’effetto sul reddito.

Il problema però è un altro. Da decenni si dà per scontato che l’unica strategia valida sia quella delle “competitività” economica: conti pubblici in pareggio e riduzione del carico fiscale. Che i politici legati al mondo economico cavalchino queste strategie mi sembra accettabile, ma che si adeguino anche le “forze progressiste” lascia alquanto perplessi.

Non si può continuare a pensare che i problemi si risolvono in parlamento, perché lì non si risolve granché e con tempi troppi lunghi. Come diceva Keynes, l’unica cosa sicura è che nel lungo periodo saremo tutti morti. E intanto nella “società reale” aumentano la precarietà, i lavori malpagati, i disagi sociali. Il 7% di poveri è solo un dato, una soglia statistica, che verosimilmente nasconde una realtà ben più diffusa che comprende una fascia della popolazione ben più vasta, inclusa una parte anche della classe media.

Sarebbe utile che ci fosse une dibattito costruttivo e popolare sui temi centrali per il nostro futuro e non le solite diatribe sterile e fuorvianti imposte da Lega e Udc, sugli immigranti, sui frontalieri o sulla sovranità giuridica della Svizzera. E invece non si fa altro che cavalcare l’onda populista nella speranza di contrastarla con argomentazioni razionali (impresa impossibile), tralasciando invece di affrontare i temi essenziali. E allora cresce il disagio sociale e con essa il malcontento e il populismo, che trova facile terreno.

 

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