Quelle scarpette rosse da un milione di dollari

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Le scarpette rosse di Dorothy, quelle che facendo sbattere per tre volte i tacchi alla fine l’hanno riportata nel suo amato Kansas dal quale, insieme al suo inseparabile cagnolino Toto, era stata strappata da un uragano che l’aveva catapultata nel magico mondo di Oz, sono state finalmente ritrovate.

Rubate 13 anni fa dal Judy Garland Museum di Grand Rapids nel Michigan, dopo un lungo e accurato lavoro d’intelligence da parte dell’FBI, sono state recuperate. Sono tornate a casa pure loro. Come del resto faceva la protagonista del libro “Il meraviglioso mago di Oz” poi divenuto film perdendo l’aggettivo meraviglioso ma rimanendo comunque uno fra i maggiori incassi oltre che capolavori della storia del cinema.

“Non c’è posto più bello della propria casa” diceva Dorothy alla fine delle sue peripezie vissute nel magico e strampalato mondo di Oz. In parte le stesse vissute da quelle sbrilluccicose scarpette di paillette color rosso rubino che ormai appartenevano a un eccentrico collezionista. Michael Shaw le aveva comprate nel 1970 da un costumista degli studi della Mgm per la non certo esigua cifra di duemila dollari. Per anni poi le aveva prestate a vari musei facendosi pagare migliaia di dollari che aveva spesso donato in beneficenza.

In assenza di indizi, almeno all’inizio, i dubbi su chi potesse aver commesso quel furto si sono sprecate. Quelle scarpette sono “il Sacro Graal dei cimeli di Hollywood”, ha dichiarato Rhys Thomas, autore di “The Ruby Slippers of Oz”, che per anni ha seguito gli sviluppi di questo mistero. Nel tempo le ipotesi sull’autore del furto di un oggetto oggi valutato almeno un milione di dollari, si sono susseguite al punto che lo stesso Shaw fu sospettato di aver prestato al museo un paio di scarpe false e di aver orchestrato il furto per incassare i soldi dell’assicurazione.

Ciò che sorprende è però come il nostro immaginario collettivo si sia sempre nutrito e ancora si nutra di reliquie, di amuleti. Di oggetti che hanno un potere che va oltre l’oggetto in sé. Impregnati, oltre che di sudore, anche di magia. O di sangue e di acciaio se pensiamo al trono di spade. Ci sono poi le bacchette magiche della saga di Harry Potter. La DeLorean di “Ritorno al futuro”. Ma sto davvero andando a casaccio e l’elenco sarebbe lunghissimo. La bombetta e il bastone di Chaplin. Quel magnifico tubino nero della Hepburn in “Colazione da Tiffany”.

Perché, se il cinema è la sacra Sindone del nostro tempo capace di imprimere il volto di un Gesù delle periferie su di un panno di lino o di celluloide, gli oggetti di scena e i cimeli della settima arte – quella fatta della stessa sostanza dei sogni – ecco che questi diventano davvero le reliquie della contemporaneità. Dal corpo di Cristo alle scarpette rosse de “Il mago di Oz”. E così sia.

 

 

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