Un futuro fatto d’immondizia

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Se il mare è ormai una cloaca a cielo aperto e quello delle microplastiche è un fenomeno osservato perfino ai poli, ultimi territori fino all’altro ieri rimasti incontaminati, ora sembrerebbe invece essere il turno della terraferma. Presto sarà un’unica discarica a cielo aperto. A dirlo, a lanciare l’allarme, è la Banca mondiale sulla scorta dell’incremento esponenziale della produzione di spazzatura.

A insidiare la qualità di vita degli esseri umani e della loro salute è l’aumento incontrollato dei rifiuti. Se non adotteremo drastiche misure, capaci di contenere il volume dell’immondizia, questa aumenterà del 70% entro il 2050. Passeremo così allegramente dai 2,01 miliardi di tonnellate di monnezza del 2016 ai 3,4 miliardi. Ad affermarlo, sulla scorta dei dati a nostra disposizione, è un rapporto dell’istituzione internazionale con sede a Washington.

Del resto, già oggi, soprattutto i Paesi più poveri si ritrovano spesso sommersi dalla spazzatura prodotta da quelli più ricchi che, piuttosto di credere alla favoletta del riciclaggio e di una produzione agricolo-industriale sostenibile, preferiscono vivere la nuda e cruda realtà, cioè quella bulimia consumistica che stando all’allarme lanciato dev’essere giocoforza affrontata prima che porti al collasso del Pianeta.

“La gestione totalmente inadeguata della spazzatura finisce per nuocere sia alla salute dell’uomo che all’ambiente, il che si aggiunge al problema del clima, al surriscaldamento climatico. Malauguratamente sono spesso i più poveri della società che subiscono l’impatto di una gestione inadeguata delle immondizie”, ha ribadito Laura Tuck, dirigente della Banca mondiale incaricata di occuparsi della questione.

Un problema che riguarda anche la questione alimentare dato che le stime attuali ci dicono che ogni anno vengono buttate 1,6 miliardi di tonnellate di cibo. Un dato sconfortante considerando che 815 milioni di persone nel mondo, circa il 10% della popolazione globale, se la deve vedere con la scarsità di cibo e la conseguente denutrizioni e i problemi di salute ad essa connessi. Inoltre i rifiuti alimentari e il cibo che va perso hanno anche un rilevante peso ambientale, visto che determinano l’8% delle emissioni globali di gas serra.

Insomma, stando ai dati della FAO, il gatto si morde la coda e non sa che la cosa è sua. Soprattutto considerando il fatto che, da problema, i rifiuti posso diventare una risorsa se trattati adeguatamente. Un modo ragionevole per limitare lo spreco è quello di recuperare le materie prime presenti in essi. Ma anche comprare meno per buttare meno, evitando di comprare oggetti usa e getta e possibilmente non di plastica, porterebbe a un’inversione di tendenza oggi più che mai necessaria.

 

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