Un uomo in profonda crisi descritto da … una donna.

La Ólafsdóttir scrive davvero bene. Usa la semplicità in maniera esemplare e giocando sul ritmo, ora sul lento ed ora sul veloce, sembra prendere per mano il lettore che, non solo sa cosa succede, ma … lo vive

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«Lo so che nudo sono ridicolo, ma comincio lo stesso a spogliarmi»: con un incipit come questo il lettore, memore della Yourcenar nel suo capolavoro «Le memorie di Adriano», sa già cosa aspettarsi: qui si fanno i conti con una confessione. Qui c’è dolore, consapevolezza, un triste quanto drammatico tirare le somme. Timori subito confermati. Stiamo scrivendo di «Hotel silence», scritto dalla islandese Audur Ava Ólafsdóttir nel 2016 e appena tradotto da Einaudi.

La storia è quella di Jonas, un quasi cinquantenne che improvvisamente si vede davanti il … nulla. La mamma demente non lo riconosce e la moglie, al momento del divorzio, confessa che la loro adorata figlia, ora adolescente, … «comunque non è sua». Non bastasse questo ritrova i suoi vecchi diari e, leggendoli, non sa rivedersi.

Privo e privato da ogni affetto e senza alcuna prospettiva, Jonas si trasferisce in un non precisato paese: si sa solo che la guerra lì è appena finita e ci sono macerie in ogni dove, con un territorio non ancora bonificato dalle tante mine anti-uomo disseminate un po’ dappertutto. Anche la popolazione indigena è in pratica inesistente, a parte qualche piccola comparsa. Lui ha scelto questo luogo per via del nome dell’albergo, l’ «Hotel silence», un luogo adatto per concretizzare il suo disperato progetto. Qui vuole porre fine alla propria storia, con l’unico proposito di non farsi trovare dalla comunque amata figlia.

Con una faccia da crollo di una diga si presenta in questo luogo che sembra animato da fantasmi, con sé ha una piccolissima valigia, contenente un ricambio, uno solo, ed i suoi prediletti attrezzi. Si presenta all’albergo, gestito da due fratelli sufficientemente enigmatici (c’è anche un bambino piccolo, non si sa di chi figlio, ma comunque con dei tratti autistici), di chiarando di essere lì «in vacanza.

Tutto converge verso una specie di fine del mondo. Senonché un piccolo banale inconveniente, il rubinetto della misera polverosa camera che erutta acqua sporca, gli impone un primo minimo virgulto. Lui ha sempre avuto le mani d’oro e non c’è un lavoretto domestico che non sappia risolvere alla grande. Così il tragico gesto subisce un rinvio. Poi … poi la desolazione generale mostra le sue crepe e la storia, lentamente ma costantemente, ha un cambio di rotta. Le piccole riparazioni necessarie sono di più, e i padroni dell’albergo non appaiono così einigmatici.

A questo punto lasciamo al lettore immaginare come va a finire. Qui ci basti dire che la Ólafsdóttir scrive davvero bene. Usa la semplicità in maniera esemplare e giocando sul ritmo, ora sul lento ed ora sul veloce, sembra prendere per mano il lettore che, non solo sa cosa succede, ma … lo vive. Non siamo più nella narrativa ma nella Letteratura. Il senso della vita, il nostro posto che varia anche a dipendenza della nostra capacità di relazionarci con il prossimo, il gesto insano che … . Siamo tra Giorgio Gaber («Il suicidio»), Ingmar Bergmann («Il settimo sigillo») ma anche e soprattutto Cesare Pavese («Il mestiere di vivere»), siamo in un luogo che è giusto definire come quello della Ólafsdóttir. Perché ci vule una donna per delinare in questo modo la psicologia maschile in questo modo .

 

«Hotel silence» , di Audur Ava Olafsdottir, 2016, ed. Einaudi, 2018, tr. Di Stefano Rosatti, pag. 189, Euro 18,50.

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