Una volta c’era la cultura

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Una volta c’era la cultura. Era una roba quasi inarrivabile, come la più bella della classe. Anche se solo ti buttava un’occhiata ti sentivi scombussolato. Se poi ti rivolgeva la parola, passavi dal rango di sfigato perenne a quello di essere umano, maschio e vagamente appetibile.

Per conquistarla però non c’erano trucchi, lei non si faceva fregare. Ci voleva fatica, metodo, costanza. Dovevi pensarla tutte le sere e i giorni e i fine settimana. Con lei non c’erano sconti.

Poi però, se la conquistavi, era amore eterno. Un amore che sì, ti era costato nottate insonni e ansie notturne, che ti aveva quasi prosciugato. Quando lei però decideva che potevi frequantarla, allora tutto cambiava, potevi abbeverarti alla sua fonte continuamente e non l’avresti mai abbandonata.

E gli altri, una volta, ti guardavano per quello che eri, lo sfigato che con la forza di volontà aveva conquistato la più bella e desiderabile.

Oggi la cultura è diventato un cesso. Nessuno più se la fila e, anzi, se la frequenti tutti ti guardano storto. Legioni di subumani ignoranti e fieri di esserlo dileggiano chi qualcosa lo sa per passione, studio, impegna. Ogni babbuino in grado di reggere in mano una banana è d’improvviso professore, scienziato, arrogante buttafuori.

I bibliofili, gli amanti della lettura, sono, come in “Fahrenheit 451”, un gruppo di paria che navigano nascosti tra le isole non trovando sponde amiche sulle quali approdare. L’analfabetismo di ritorno, la pochezza intellettuale, oggi sono quasi dei valori.

La cultura, da supergnocca, è diventata la ragazzina secca secca con gli occhiali a fondo di bottiglia e i denti da topo. Quella che gli amici ti guardano con compatimento e pensano: “che fame deve avere per stare con una come quella”.

E hanno ragione, perché quella fame non si sazia mai, e non importa cosa pensano gli amici. Lei è bella, fulgida e luminosa, lei ti apre nuovi orizzonti e ti fa vivere mille vite. Insomma, è un grande amore, che i babbuini buttafuori non conosceranno mai.

 

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