Aboubakar e la lotta per la dignità

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Pochi mesi fa “L’Espresso” gli ha dedicato una copertina. Qualcuno lo ha già eletto a nuovo leader della sinistra italiana. Di sicuro c’è che il sindacalista Aboubakar Soumahoro è la voce dei braccianti che vengono sfruttati per 25 euro al giorno nelle piantagioni di pomodori della Calabria. Aboubakar, compagno di lotta di Soumaila Sako, assassinato nel giugno scorso, è la voce dei dannati della globalizzazione. Quello che segue è il resoconto del suo intervento alla 5a edizione del Film Festival Diritti Umani Lugano del quale è stato ospite.

“Perché in Europa le merci possono attraversare tranquillamente i confini mentre a una parte della popolazione ciò è negato? – si chiede Aboubakar Soumahoro – Questo stato delle cose va rimesso in discussione. Non sono accettabili una realtà e la narrazione di un mondo globalizzato in cui si continua ad affermare che la classe operaia non esiste più, che la lotta di classe non ha più senso di esistere e in cui, casomai, è necessario saper comunicare attraverso i linguaggi di questa nuova era.

Mentre ci veniva raccontato tutto questo, dal punto di vista politico ma anche culturale, non ci si è accorti che era in atto una guerra di classe nel corso della quale quella dei ricchi ha guidato e guida questo conflitto che sta purtroppo vincendo. Tutto questo mentre dall’altra parte ci si raccontava che la lotta di classe era stata superata dalla globalizzazione e che quindi il rapporto tra capitale e lavoro era roba arcaica, polverosa.

Ma come si riverbera tutto ciò sul lavoro agricolo dei nostri giorni, come tocca i braccianti di cui mi occupo quotidianamente con la mia azione sindacale? Innanzitutto va detto che la filiera agricola italiana ha un valore aggiunto di 31 miliardi di euro. Un valore di produzione di 55 miliardi. E poi ci ritroviamo con uomini e donne che si spaccano la schiena all’interno di questa filiera non riuscendo a far fronte ai propri bisogni vitali, a quelli delle loro creature e delle loro famiglie. E, tutti noi, nel momento in cui facciamo acquisti in un supermercato, abbiamo a che fare, interagiamo con tutto ciò. Con questa realtà.

Non abbiamo di certo tutti le stesse responsabilità, ma viviamo in un epoca in cui il Capitalismo, non avendo più nessun’altro a fronteggiarlo, non si è di certo dato quegli strumenti di autoregolamentazione che qualcuno si era illuso che avrebbe adottato. Nessuna autoregolamentazione. Se la globalizzazione ci ha consentito di conoscere in tempo reale cosa succede dall’altra parte del mondo, non ha però fatto sì che ci fossero più diritti e più dignità. Ha solo accresciuto le disuguaglianze. Ecco perché la classe operaia esiste e la lotta di classe pure. Il tema e la contrapposizione tra capitale e lavoro è reale, perché c’è una politica commissariata, spesso finanziata da quei capitali che riescono ad attraversare senza nessun problema i confini, quegli stessi confini dove la libertà di circolazione viene legata o meno proprio a questi capitali.

Innanzitutto dobbiamo partire dal dato numerico che non c’è nessuna invasione in atto. Malgrado gli effetti devastanti del cambiamento climatico, solo il 4% della popolazione è giunta in Occidente, il restante 96% vive ancora nei paesi del Sud del mondo. Per contro, in Europa, la narrazione è ben altra. Nel corso degli anni, gli effetti delle politiche d’austerità hanno prodotto situazioni di disuguaglianza crescente e questa massa di persone in difficoltà ha finito per dare la colpa a colui che vede come un nemico. Responsabile di questa situazione di disuguaglianza sociale.

Ma si può portare avanti un percorso di giustizia sociale che significa uguale lavoro uguali diritti, senza cadere in quelle che possiamo definire come derive razziste? È esattamente questa la sfida che abbiamo davanti a noi. Perciò affrontare questi temi dicendo che ormai siamo nell’era della globalizzazione significa non voler affrontare nella sua complessità quello che sta accadendo intorno a noi. Quello del lavoro sarà un problema che riguarderà molti dei nostri giovani che già vivono un presente incerto, figuriamoci il futuro. È a loro che bisogna rivolgersi parlando dell’utilità, dell’importanza di un sindacato, anche se ci sarà chi vi dirà: a me un sindacato non serve. Perché l’era digitale c’insegna che la nostra esistenza si lega al numero di follower che ho. E poco importa se alla fine ci ritroviamo che siamo tutti soli.

Ma come se ne esce da questa guerra del lavoro? Se ne esce dando potere al sindacato. Sebbene la concertazione promossa da una certo modo di fare sindacato non ci abbia dato più diritti, oggi da tutto questo se ne esce soltanto mettendo al centro della questione lavoro la solidarietà e ripartendo dall’essere umano, prima ancora di considerarlo utile o meno rispetto ai desideri del mercato. La libertà di circolazione dev’essere garantita alle persone senza vincolare questa libertà a quelle che sono le regole del mercato. Uguale lavoro, uguale salario e diritti previdenziali. Bisogna partecipare e organizzarsi. Mettendo al centro questi temi consapevoli che il sindacato non è un privilegio, ma un importante strumento di lotta soprattutto pensando a chi verrà dopo di noi.”

 

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