Caduti per la verità: il rumore degli ipocriti e la voce dei giusti

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Sono molte le persone che s’incontrano dopo la morte di un padre. La famiglia si raggruppa, si fa forza e si cerca di aiutare come si può chi è colpito più direttamente da una simile disgrazia. Parenti da ogni dove arrivano per porgerti le condoglianze, così come amici, colleghi e a volte anche conoscenti. In alcuni casi è per una semplice formalità, ma consuetamente la maggior parte delle persone è realmente ferita e pronta a sostenere chi è rimasto senza padre o senza marito. Non fa eccezione la famiglia di Khashoggi, il giornalista brutalmente assassinato nel consolato arabo ad Istanbul settimane fa. Oggi però al loro fianco hanno il mondo intero.

Il caso, divenuto in pochissimo tempo di rilevanza internazionale, ha suscitato varie prese di posizione da parte dei potenti di tutto il mondo. La Germania ha deciso di bloccare le forniture di armi al regno arabo, dopo che le iniziali dichiarazioni d’innocenza e non coinvolgimento nella morte di Khashoggi erano risultate palesemente dubbie. Altri capi di Stato europei hanno chiesto alla famiglia reale di fare chiarezza sui fatti effettivamente avvenuti nella grande città turca, così come Erdogan, che ha promesso di “far conoscere la verità ad ogni costo”. Anche l’ONU ha chiesto spiegazioni credibili per l’omicidio e la direttrice amministrativa del Fondo Monetario Internazionale ha fatto sapere che non parteciperà al summit per l’economica che si terrà in Arabia Saudita. Degli Stati Uniti parleremo a breve.

Non è tutto tremendamente triste? Sembra quasi umorismo nero: Erdogan, colui che ha fatto imprigionare più di 60’000 persone, tra giornalisti e avversari politici di ogni genere, dopo lo pseudo-colpo di Stato, ora si preoccupa di fare giustizia. Ci ridiamo sopra o proviamo a chiederci se davvero nessuno di questi leader aveva idea che l’Arabia Saudita fosse uno dei regimi più illiberali e sanguinari della Terra? Sono decenni che la monarchia araba silenzia con implacabile crudeltà ogni voce di dissenso, usando proprio le armi fornitegli da quelle nazioni che oggi si scandalizzano, con la differenza che ora si ritrovano sotto i riflettori. La goffaggine con la quale è stato orchestrato un simile misfatto inoltre può lasciare spazio ad ulteriori riflessioni: sono stati i sauditi forse terribilmente incauti o erano certissimi di una continua impunità? Ad ogni modo, di fronte alla pressione mediatica scatenatasi, le autorità regie hanno inizialmente negato ogni coinvolgimento nell’omicidio, cambiando più volte la versione dei fatti, fino a giungere a sostenere che i responsabili fossero “criminali” generici. E in uno slancio di genuina empatia il re e il principe della famiglia Salman hanno pensato bene di invitare a corte Salah Khashoggi, il figlio del giornalista, per porgergli le loro più sentite e sincere condoglianze. È sufficiente guardare la foto scattata all’evento per leggere negli occhi di Salah il dolore e la rabbia trattenuti di fronte agli assassini del padre. Perché proprio dei mandanti dell’omicidio si tratta. Chi mai potrebbe aver voluto assassinare un giornalista dissidente all’interno del proprio consolato, per poi ordinare di farlo a pezzi per occultarne meglio i resti, se non la Corona d’Arabia?

Ed è qui che entrano in gioco gli Stati Uniti. Il mitico Donald Trump, non appena ha saputo dell’avvenimento, ha detto che ci sarebbe stata “una severa punizione” per i sauditi nel caso in cui fossero stati colpevoli. Poi si è ricordato che l’Arabia è il maggior acquirente d’armi e ha cambiato idea, arrivando anch’egli a dire che forse Khashoggi sia stato davvero ucciso da “criminali” qualunque. Dopo l’incontro col principe, durante il quale gli ha chiesto per pura formalità se sapesse qualsiasi cosa sull’assassinio, ha dichiarato ai giornalisti che Bin Salman diceva di non essere coinvolto e di non saperne nulla, aggiungendo “io gli credo, voglio davvero credergli”. E ti giuro, Donald – mi rivolgo a te direttamente – anche io vorrei davvero, con tutta l’anima credere che tu e quei tagliagole non ci stiate prendendo in giro e trattando come poppanti, ma proprio non riesco, sai?

È incredibile come, di fronte all’evidenza dei fatti, i colpevoli con alleati forti creino ad arte favole vergognosamente inverosimili, che però alla fine vengono vagamente accettate, sperando di far dimenticare il più presto possibile lo scandalo per continuare gli affari interrotti.

Quanto accaduto ad Istanbul è la prova di come praticamente ogni governo sia infinitamente ipocrita: la “terra dei liberi e della libertà” che cerca di coprire il suo sanguinario partner commerciale è tanto patetica quanto l’avanzatissima Germania che blocca le esportazioni belliche solo a fronte di un’inevitabile pressione mediatica. Per questo ritengo che sia fondamentale il giornalismo indipendente, duro e puro come lo era quello di Jamal, perché solo con l’informazione, con la denuncia delle ingiustizie, le persone si mobilitano. Poco importa se magari inizialmente si fallisce, l’importante è agire, agire ora e senza esitazioni per cambiare le cose, per cercare di far cambiare rotta a questa Europa che sta imboccando a testa bassa la strada del nazionalismo e dell’odio, latori proprio di quella violenza di cui si è servita lo Stato arabo per far tacere l’impavido giornalista. Jamal è morto perché aveva fatto della divulgazione della Verità la sua missione di vita, perché non accettava la violenza del governo nel suo paese, ma non è l’unico. Viktoria Marinova, Ján Kuciak, Daphne Caruana Galizia, Anna Politkovskaja sono solo alcuni dei nomi dei caduti per la Verità e ora sta a noi fare in modo che queste persone non siano dimenticate. Sta a noi raccogliere il fucile e continuare la lotta.

 

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