Caduti per la verità – il sacrificio

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Istanbul, 2 ottobre 2018. Alle 13.14 un uomo di corporatura robusta e con la barba cenerina varca le porte del consolato arabo saudita. È Jamal Khashoggi, un giornalista che si accinge a richiedere dei documenti per poter sposare la sua compagna, di origini turche, Hatice Cengiz.

Niente di particolare, direte voi, pure pratiche amministrative; se non fosse per il fatto che Jamal dal consolato non è stato più visto uscire.

Khashoggi non è un “semplice” giornalista, bensì un professionista con oltre 35 anni di carriera, diversi giornali asiatici diretti e il vanto di esser stato l’unico reporter ad aver intervistato più volte Osama bin Laden. Un uomo critico verso la sua cultura e i leader politici del mondo arabo, tanto da collezionare, nella sua lunga carriera, una cospicua serie di nemici. Fra questi spicca il nome di Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita al quale Jamal aveva riservato forti critiche legate ad alcune decisioni prese dal nuovo sultano. Secondo le autorità turche, ci sarebbe proprio il principe dietro alla scomparsa del giornalista.

Il caso in poco tempo diventa di rilevanza internazionale e, man mano che le indagini proseguono, la vicenda prende sempre più una piega inquietante, quasi grottesca. Secondo alcune fonti infatti l’articolista sarebbe stato attirato con l’inganno dentro al consolato, per poi esser stato torturato, ucciso ed infine fatto a pezzi.

Niente di questa storia è ancora certo, eppure, fin da subito, il tutto è parso un macabro déjà-vu; una dannata maledizione che sembra voglia rincorrere e distruggere tutti coloro che, per colpa della loro immensa curiosità ed innata rettitudine, hanno scelto di percorre la strada più difficile: raccontare la verità.

Raccontare la verità, inciderla fra le pagine ingiallite di un taccuino con una matita, o trascriverla su un foglio bianco -puro nel candore del suo colore- con l’inchiostro di una macchina da scrivere, ti può venire a costare caro.

Ma a loro non importa, l’importante è andare fino in fondo. Questo gesto di sconsiderata incoscienza è un sacrificio che compiono non solo per risollevare gli oppressi, rovesciando il potere ma in fondo lo fanno anche per noi, semplici lettori che, sbirciando fuori con il naso dal nostro piccolo, ci ritroviamo grazie ai loro racconti a conoscere realtà estranee da noi. I confini geografici, linguistici e culturali si assottigliano e anche noi ci sentiamo protagonisti di quelle storie dalle trame complesse, piene di atrocità ed ingiustizie.

Perché è questo il mestiere del giornalista, portarti a casa il mondo, o per lo meno, cercare di raccontartelo. Senza dare la medicina addolcita con lo zucchero, senza cercare di alterare i fatti per renderli più appetibili ad un pubblico troppo pigro e delicato.

Così fecero i reporter che soggiornarono all’ Holiday Inn di Sarajevo durante il conflitto degli anni ’90. Così fece Peppino Impastato combattendo la sua personale guerra contro la mafia. Così fece Anna Politovskaya che al regime di Putin disse di no. Così fecero i satiristi di Charlie Hebdo che per una vignetta furono massacrati. Così fecero tutti i giornalisti brutalmente uccisi, e di cui, per la maggiore, non sappiamo nemmeno il nome. Così ha fatto anche Jamal.

Nel suo ultimo contributo Khashoggi scrive “ciò di cui il mondo arabo ha più bisogno è la libertà di espressione” io, nel mio piccolo, mi permetto di dire che tutti abbiamo più bisogno della libertà d’espressione; perché in un mondo che si incupisce sempre di più l’unico spiraglio di luce che possiamo trovare risiede in persone come te, Jamal, e nelle tue parole.

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