Cosa succede a Swisscom Ticino?

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Dipendenti spinti alle dimissioni, auto-concorrenza, sostituzione del personale e dumping salariale: questo è quanto denunciano i dipendenti di Swisscom Ticino in un dossier consegnato al CEO di Swisscom, che ha annunciato il taglio di 700 posti di lavoro anche nel 2018, alcuni dei quali in Ticino.

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La trasformazione delle ex-regie federali da servizio pubblico ad aziende con unico fine il profitto è ormai in atto da tempo. Dopo le FFS e la Posta, riguardo alla quale sono state avanzate anche richieste di ri-nazionalizzazioe (leggi qui), ora, in base ad alcuni fatti recenti, sembra essere il turno di Swisscom.

Il gigante della telefonia, di proprietà della Confederazione al 51%, dopo aver soppresso 700 posti di lavoro nel 2017, ha annunciato la soppressione di altri 700 impieghi nel 2018, e altrettanti potrebbero saltare nel 2019, alcuni dei quali anche in Ticino. L’azienda ha dichiarato che ci sarebbero stati molti nuovi posti di lavoro in altre funzioni, senza precisarne i dettagli: tuttavia, stando ai rapporti di gestione, il numero complessivo di collaboratori a tempo indeterminato in Svizzera è passato da 18’965 nel 2015 a 18’372 nel 2016 a 17’688 nel 2017. A ciò si aggiunge la crescente esternalizzazione dei servizi finora gestiti internamente a ditte private che applicano condizioni di lavoro e salariali peggiori. Per Swisscom prevale, dunque, la logica del risparmio e del profitto, a discapito dei dipendenti e della qualità del servizio.

Syndicom, in un comunicato stampa del 26 Settembre, denuncia la situazione di grave incertezza, sfiducia e insicurezza permanente in cui si trovano i dipendenti di Swisscom e Ticino, stretti fra l’accentuata competitività interna e le pressioni da parte dell’azienda. Pressioni, denunciano direttamente i collaboratori, che permettono all’azienda di mascherare dei licenziamenti di fatto presentandoli come “partenze volontarie” da parte di dipendenti indotti a rassegnare le dimissioni di propria iniziativa sotto la velata minaccia di referenze negative in caso di licenziamento, e di possibili penalità per la disoccupazione a causa dell’inserimento delle motivazioni di scarso rendimento riguardo la disdetta del contratto di lavoro.

A tal proposito, una petizione promossa direttamente dalla rappresentanza del personale di Swisscom Ticino e sottoscritta da quasi 2/3 dei dipendenti (311 su 465), appoggiata da Syndicom e Transfair e consegnata nelle mani del CEO Urs Schaeppi, descrive e denuncia i metodi utilizzati e chiede che Swisscom sospenda l’attuale strategia aziendale volta esclusivamente al profitto, blocchi le esternalizzazioni e rimetta al centro il rispetto dei lavoratori, la trasparenza e la fiducia, la qualità del servizio e i valori sociali che l’hanno sempre contraddistinta. E di questi tempi vedere un’azione così importante partire dal basso: segno che il personale è così esasperato da aver trovato il coraggio di intraprendere un’azione di questo tipo.

A ciò si aggiunge, per non farsi mancare nulla, la questione di Mila. Di cosa si tratta?
Come riporta il giornale Area, l’organo di stampa di UNIA, Mila è una start-up nata nel 2013, che si propone fondamentalmente di mettere in comunicazione gli utenti alla ricerca di una prestazione di natura tecnologica con persone in grado, in teoria, di svolgerle, una specie di Uber, insomma, del settore tecnologico. Chi ha bisogno di un’installazione di una TV o della riparazione di un modem può inviare sul web la sua richiesta, che tramite un’app verrà inviata ai Mila Friends più vicini, ovvero alle persone che, passando un test online, sono autorizzate a svolgere quel lavoro. Il primo che risponde si aggiudica la prestazione (e, come riportano le testimonianze raccolte da Area, il tempo per rispondere è a volte di pochi secondi, neanche sufficiente a leggere l’offerta), fissa l’appuntamento col cliente (a qualsiasi orario…), riceve in contanti il pagamento e versa poi a Mila, a fine mese, il 20% del ricavato. Un modo come un altro, per molti tecnici, per arrotondare, insomma: ma dove sta l’inghippo? È presto detto: dal 2015 Swisscom è proprietaria del 51% di Mila, e già allora circa 1500 Mila Friends lavoravano già per il colosso delle telecomunicazioni. E chi è il CEO di Mila? Christian Viatte, ex quadro di Swisscom, e ispiratore del processo di esternalizzazione. Nel consiglio di amministrazione siedono inoltre, fra gli altri, il Responsabile della divisione operativa Sales & Services di Swisscom, Marc Werner, e Francesco Castelletti, capo del servizio alla clientela.

Accade quindi che nel momento in cui un utente chiama Swisscom per un intervento, viene messo di fronte alla scelta se eseguirlo direttamente con Swisscom, con tempi di attesa e costi più elevati, o se farsi mandare uno Swisscom Friend, ovvero un tecnico indipendente iscritto a Mila, che garantisce intervento rapido e costi notevolmente più bassi. Inutile dire che i tecnici di Mila, in quanto indipendenti, non godono di nessuna tutela sindacale, nè di trattamenti previdenziali, nè sottostanno ad un contratto collettivo, orari di lavoro stabiliti, e via dicendo. La logica e ultima conseguenza è un risparmio notevole per Swisscom riguardo il personale, dato che oltre 20000 interventi l’anno vengono svolti dagli Swisscom Friends e non dai tecnici qualificati di Swisscom, per non parlare, ovviamente, dell’incerta qualità del lavoro svolto (e in caso di disagi, è Swisscom a dover intervenire).

Insomma, quello che, nelle parole di Swisscom è “un aiuto complementare ai suoi clienti”, si traduce nei fatti in qualcos’altro: Swisscom si fa concorrenza da sola, praticando di fatto la sostituzione di tecnici qualificati con lavoratori meno qualificati e, soprattutto, un pesante dumping salariale. E, come sottolinea infine Area, “che ciò venga promosso da un’azienda controllata al 51% dalla Confederazione, che si fa autoconcorrenza, creando dumping salariale e sostituendo manodopera qualificata con manodopera poco qualificata e a basso costo, è un problema ancora più grave.”

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