Dove c’è guerra, c’è la Svizzera

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Negli ultimi nove mesi, forse anche per merito della posizione rigorosamente a novanta tenuta dall’amministrazione federale e dal nostro governo in materia di commercio delle armi (leggi qui), c’è stato un vero e proprio boom nelle vendite all’estero di quelle di fabbricazione svizzera. Certo, viste le premesse, avremmo forse tutti preferito che la lieta novella riguardasse l’incremento di nuove nascite ma, coi tempi che corrono, bisogna sapersi accontentare.

Comunque quel che è sicuro è che, finché c’è guerra, c’è speranza. Proprio come chiosava mirabilmente Alberto Sordi in uno dei suoi film, una delle tante tragicommedie cucite su misura attorno al malcostume e ai vizi degli italiani, ma non solo. Guerra e speranza fanno entrambi impennare i mercati ovunque. Anche in Svizzera. E se fra i due litiganti – com’è noto – il terzo se la gode, il diletto aumenta quando si tratta di vendere ai primi due un po’ di morte o quantomeno parte dell’attrezzatura necessaria a raggiungere tale scopo con grande efficienza. Chirurgicamente. Meglio ancora se la tecnologia è rossocrociata.

Ed ecco che, proprio in questo contesto, per la nostra industria bellica gli affari vanno a gonfie vele. Mai andati così bene come quest’anno nel corso del quale si è registrato un incremento delle commissioni addirittura del 17%. Stando alle cifre rese note dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) abbiamo fatto affari ed esportato materiale bellico in 61 paesi per un valore totale di trecento milioni di franchi. Quarantacinque in più rispetto allo scorso anno. Mica perline colorate per farci collanine.

Un traguardo più che invidiabile, che fa ben sperare anche per il futuro, vista l’ancora fresca decisione del Consiglio federale di modificare l’ordinanza sull’export di materiale bellico, al fine di consentire di aprire il business alle industrie svizzere perfino in quei Paesi funestati da una guerra civile. Peccato però che la scusa per vedere armi a questi Paesi in guerra sia stata motivata dalla volontà di mantenere in vita, in Svizzera, capacità produttive e posti di lavoro nel settore degli armamenti.

Eppure RUAG & compagnucci di merende non sembrano passarsela così male, considerato gli attuali risultati. Insomma, sopravvivenza un corno, visti i forti utili fin qui ottenuti. Casomai trattasi di un caso d’ingordigia o peggio di bulimia conclamata, quella che caratterizza la lobby svizzera delle armi. Tanto più che, secondo i dati in possesso del Gruppo per una Svizzera senza Esercito, già oggi si riforniscono Paesi coinvolti in una guerra come nel caso di quella in corso nello Yemen. La SECO ha inoltre autorizzato forniture verso nazioni in tumulto come Thailandia e Pakistan per un totale di più di 10 milioni. A riprova del fatto che quando la morale si scontra con il profitto, è raro che il profitto perda. Insomma, altro che fiori, fuori casomai i dobloni… per i nostri cannoni!

 

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