I sintomi di un disastro sempre più prossimo

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“La novità più importante della nostra epoca è l’erosione dello Stato: la sua capacità di resistere alle spinte del ventunesimo secolo e la sua catastrofica perdita d’influenza sulla condizione umana. L’autorità politica nazionale è in declino, e siccome non ne conosciamo altre, ci sembra la fine del mondo. Ecco perché oggi è in voga una strana forma di nazionalismo apocalittico. Tuttavia, il machismo come stile politico, la costruzione di muri, la xenofobia, il mito della teoria della razza e le mirabolanti promesse di restaurazione nazionale non sono rimedi alla crisi, ma i sintomi di una realtà che si sta lentamente rivelando”

Questa lucida descrizione è tratta da un articolo scritto per The Guardian da Rana Dasgupta, uno scrittore britannico di origine indiana.

Se a questo lungo passaggio sovrapponiamo l’intervento illuminante di Andrea Ghirignhelli su La Regione di venerdì 4 ottobre “Proviamo a indignarci. Reagire dentro e oltre i partiti come ultima risorsa per superare l’indifferenza”, abbiamo, da due punti di vista diversi, una radiografia del decadimento dei nostri sistemi sociali e politici.

Come spiegare questo imbarbarimento? Non sono né un analista politico né uno storico e quindi mi limito a un’analisi economica. Oggi le 300 persone più ricche del pianeta hanno la stessa ricchezza dei 3 miliardi più poveri o, in altri termini, l’1% più ricco detiene il 43% della ricchezza mondiale (dati ONU). 200 anni fa le nazioni più benestanti erano 3 volte più ricche di quelle più povere, alla fine del colonialismo (anni ‘60), il rapporto era salito a 35, oggi è di 80 volte. Teoricamente le nazioni più ricche cercano di compensare il divario donando ai Paesi poveri circa 130 miliardi di dollari l’anno ma è una pure illusione: ogni anno le multinazionali sottraggono a questi paesi circa 900 miliardi grazie a una manipolazione dei prezzi (frode fiscale), ai quali si devono aggiungere circa 600 miliardi di oneri sul debito pubblico e altri circa 500 miliardi dovuti a regole sul commercio che favoriscono le nazioni più ricche.

Questo a livello globale, ma un processo molto simile avviene anche all’interno delle nazioni benestanti, dove la classe media si impoverisce sempre di più. Ma l’aspetto più preoccupante è probabilmente il fatto che le élite economiche sono diventate anche un’oligarchia politica che manovra le istituzioni e la democrazia.

Com’è possibile spiegare questa evoluzione? Da un punto strettamente economico, il decadimento è iniziato quando – con l’apertura del mercato cinese e con la deregolamentazione – l’attenzione è stata posta unicamente sull’offerta, dimenticando la domanda (salvo incrementando l’indebitamento).

La focalizzazione su prezzi sempre più bassi ha portato a una riduzione dei salari, alla quasi scomparsa dei sindacati e al completo disorientamento delle forze politiche (in particolari socialdemocrazie e liberali di stampo ottocentesco) che avevano gestito gli anni del boom del dopo seconda guerra mondiale.

Il risultato è stato un’omogeneizzazione dei processi democratici finalizzati – direttamente o indirettamente – alle necessità dell’oligarchia economica, processo che però sembra sfuggito di mano decadendo nell’imbarbarimento.

La strada intrapresa negli ultimi decenni sembra senza speranza, ma naturalmente si potrebbe invertire la rotta riportando l’attenzione economica sulla domanda il che non deve essere una strategia meramente economica, ma potrebbe avere implicazioni sociali e politiche.

Significa ridare dignità al lavoro e soprattutto essere in grado di gestire la rivoluzione in atto che non può che passare per una migliore distribuzione del valore creato (sia dagli uomini sia dalle macchine), ridare dignità alla qualità del lavoro, assicurare redditi adeguati e, soprattutto, modificare la produzione facendolo diventare umano-centrica e non profitto-centrica anche solo per salvare il pianeta dal disastro ambientale.

 

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