Il problema è l’esercito

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L’esercito oggi è un pozzo senza fondo dove si buttano miliardi, mentre peggiorano le condizioni lavorative, la disoccupazione aumenta, e la digitalizzazione intacca il tessuto sociale. Il problema non è il bullismo. Il problema è l’esercito.

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Non è mai facile parlare dell’esercito. Soprattutto perché per molti svizzeri l’esercito è stato una parte importante della propria giovinezza, un’esperienza lunga e faticosa che sicuramente ha avuto risvolti positivi per molte persone, come trovare nuovi amici e contatti, vedere la Svizzera nella sua interezza, migliorare nelle lingue.

Chiaramente, dopo tutto questo, a tanti non va di parlarne male, perché si farebbe la figura dei polli ad ammettere di aver scelto di passare mesi e mesi presso un’istituzione di cui si parla male. Un po’ come quando dici a un sessantenne che i Beatles facevano musica commerciale tanto quanto Justin Bieber oggi, e questi si rifiuta di riconoscere la realtà dei fatti per evitare di dover ammettere di aver passato la giovinezza ad ascoltare cose paragonabili a quelle che oggi si dileggiano. Insomma, la nostalgia e la percezione positiva di eventi passati è tipica degli esseri umani.

Eppure, arriva un momento in cui è necessario abbattere questo sentimento, un momento in cui è necessario distaccarsi dalla propria emotività e osservare con occhio critico quello che è il nostro esercito oggi. E non parlo necessariamente solo dello spreco di soldi e dell’inutilità di un organo militare sovradimensionato e largamente inutilizzato da secoli (grazie al cielo, eh), parlo anche dell’aspetto umano di questa istituzione.

I soprusi e le vessazioni, sono congeniali e fisiologiche al militare, che è un istituzione ovviamente non democratica e dove la gerarchia è alla base dei rapporti sociali. Un esempio è il caso di cronaca recentemente venuto a galla, un video in cui per “punizione” un milite ticinese viene preso a sassate dai suoi commilitoni tedeschi per ordine del loro stesso ufficiale. Non voglio tirare in ballo la discriminazione che talvolta affligge gli italofoni in Svizzera (diverse persone potranno confermare una nemmeno tanto velata discriminazione, sia a livello lavorativo che per la ricerca di casa, soprattutto in ambito studentesco); quello che vorrei tirare in ballo è come l’ufficiale in questione abbia, a quanto pare, perpetrato punizioni simili nel corso degli anni senza essere punito a sua volta in base a “amicizie in alto” riportate dalla stampa e dal padre della vittima.

Il comportamento del sergente però, seppur vergognoso, è proprio espressione di questa struttura.

È il momento quindi di interrogarsi se sia il caso o meno di continuare a sovvenzionare con fior di miliardi un’istituzione che non solo manca di un’utilità pratica, ma che ancora opera su basi di amicizie nei posti giusti e dove i silenzi complici, proliferano sfruttando l’unità di una compagnia o di sezione. Un meccanismo di complicità che dovrebbe servire a mantenere coesa l’unità in tempo di guerra, non a insabbiare abusi e soprusi.

Insomma, un fatto increscioso ma che ci fa stupire perché stupisce. O si accetta l’esercito per quel che è, con le prevaricazioni e la fatica, oppure si cerca di cambiarlo o di abolirlo, creando strutture civili più democratiche e anche più performanti economicamente. L’esercito oggi è un pozzo senza fondo dove si buttano miliardi, mentre peggiorano le condizioni lavorative, la disoccupazione aumenta, e la digitalizzazione intacca il tessuto sociale. Il problema non è il bullismo. Il problema è l’esercito.

 

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