Khashoggi e il triangolo criminale

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L’assassinio del 60enne giornalista Jamal Khashoggi nel consolato di Istanbul, il 2 ottobre scorso, ha sollevato orrore e aperto una sfilza di interrogativi: questo vile omicidio è un intrigo di palazzo contro il principe Mohammed Bin Salman (MBS)? E’ un complotto per mandare all’aria i piani strategici americani in Medio Oriente?

A Washington puntavano tutto su MBS; doveva confermarsi quale capofila dell’alleanza strategica araba sunnita al fianco di Israele, grazie ai 110 miliardi piazzati da Trump per far decollare il piano di pace tra palestinesi e israiliani,

Arrogante, ambizioso e intollerante, il trentatreenne rampollo della casa reale saudita, nominato il 21 giugno 2017 come primo nella linea di successione al trono, si muove senza guardare in faccia a nessuno.

Sequestra il premier libanese Rafiq Hariri, colpevole di non essere abbastanza duro con gli Hezbollah alleati dell’Iran, e fatto poi ricomparire grazie ad un sostanzioso “riscatto” di 7 miliardi di dollari pagato dalla Francia, ed è ad un passo dall’invadere il Qatar, reo di mantenere rapporti con gli sciiti iraniani.

Per rinsaldare il suo regime avvia una spietata purga che porta all’internamento di diverse dozzine di principi e dignitari reali, arrestati con la scusa di combattere la corruzione, e nello stesso tempo concede alle donne di guidare.

L’idea che il novello dittatore MBS stia aprendo il Paese liberizzandolo è un gigantesco abbaglio, ed egli si sta rivelando una persona truce. I servizi segreti americani e turchi gli attribuiscono l’ordine che ha portato all’uccisione del giornalista dissidente di origine saudita.

Quella tra Stati Uniti e  monarchia saudita non è un’alleanza, ma una vera e propria complicità, causa dei maggiori disastri e massacri dell’ultimo mezzo secolo.

Se per il sultano neo ottomano il caso Khashoggi è un’opportunità, per gli USA, priva di alleati affidabili e a corto di una reale strategia mediorientale, passare da Riad ad Ankara è stato come saltare dalla padella alla brace.

Erdogan vorrebbe che la Turchia riconquistasse lo storico primato dell’impero ottomano, che aveva dominato gran parte del mondo arabo. I suoi principali avversari sono proprio i sauditi, che hanno più soldi e alleati come Israele e USA; è un conflitto storico alimentato da tatticismi politico-religiosi.

Che, in questa competizione tra islamismo “democratico” della fratellanza musulmana, a cui appartiene l’autoritario Erdogan, e il wahabismo, a cui appartiene l’Islam retrogrado e assolutista dei sauditi, il principe erede al trono non fosse il partner strategico affidabile lo si è capito subito. Questa maldestra operazione dell’assassinio di Khashoggi ha dato ad Erdogan il modo di ridimensionarlo; libera con solerta rapidità, il pastore evangelico, nonchè collaboratore della CIA Andrew Brunson. Sfrutta l’occasione per rilanciare il ruolo della fratellanza musulmana a cui Khashoggi apparteneva, mentre lavorava anche per l’intelligence saudita e statunitense. Erdogan mostra tutta la sua abilità e il suo opportunismo nell’isolare l’Arabia Saudita, grande rivale nei giochi per l’egemonia mediorientale, nel ripulirsi dall’immagine di ipocrita e spregiudicato attore di questi giochi, e riavviare il dialogo con Trump, dopo le sanzioni di Washington in seguito all’arresto del pastore Andrew Brunson,

Per la gioia di una Russia che, grazie ai negoziati in Siria e ai fluidi rapporti con le potenze regionali, dall’Iran alla Turchia fino ad Israele, si sta rivelando il nuovo ago della bilancia tra i tradizionali protagonisti geopolitici in Medio Oriente.

Trump invia in fretta e furia il segretario di stato Mike Pompeo a Riad per accertarsi essenzialmente di due cose:

1- Se il regno Saudita è ancora solido e quindi di contare sulla vendita di armi, dal momento che i Saud sono il loro maggiori acquirenti.

2- Se devono ancora piegarsi ai dictat di Riad per quanto riguarda le sanzioni contro l’Iran.

La comunità internazionale, soprattutto l’intera Europa, dovrebbe cessare di essere silente nei confronti della repressione della libertà di espressione in Arabia Saudita, pretendere un’indagine indipendente sul caso del giornalista dissidente, sottoposto ad una spaventosa esecuzione extragiudiziaria, il cui corpo è stato tagliato a pezzi e, molto probabilmente, sciolto nell’acido.

 

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