La paura? E’ una bugia

«E tu splendi» andrebbe adottato a scuola. Perché affronta problemi attuali (l’emigrazione da due punti di vista, l’elaborazione innocente di un lutto-assenza grave, la forza di crescere, la scoperta delle proprie radici, la paura del diverso che si trasforma in sfruttamento bieco, l’importanza della condivisione e la forza delle proprie emozioni) in modalità semplice e non banale.

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La narrativa è fatta di belle storie. Quando poi sono scritte bene allora … si entra nella letteratura. E’ questo il primo pensiero dopo aver terminato «E tu splendi», di Giuseppe Catozzella (ed. Feltrinelli).

La storia è di due fratellini che, lasciati dalla comunque adorata mamma, devono tornare al paesino dei propri avi, più precisamente ad Arigliana, in Lucania. Loro, stranieri nella Milanox di oggi (metà Milano e metà Bronx), dopo essere stati definiti e chiamati «terroni» al nord devono ora subire la squalifica di ritorno, in Lucania vengono considerati «polentoni».

Addio ai grandi palazzoni-formicaio e occhi aperti (con disorientamento) su questo paesino diroccato: Arigliana, 50 case di pietra e 200 anime arroccate da decenni su tradizioni antiche e paure moderne. La terra dalla quale i genitori sono fuggiti è il loro nuovo mondo. Con affetti da costruire, cominciando coi nonni materni, chiamati nononna e nononno, e un mondo da scoprire. Per esempio una serie di leggende paesane, storie di imbrogli e truffe che hanno avvelenato persino le (poche) famiglie al loro interno. Drammi che hanno allargato la forbice economica di questa comunità, con pochi ricchi diventati ricchisismi e poveri giunti alla disperazione.

Nel corso di una partita di pallone Pietro, il protagonista undicenne e voce narrante, scopre che nell’antica torre normanna … vive nascosta una famiglia di sconosciuti, in pratica di scappati. Chi sono?, cosa vogliono? e perché si nascondono? La novità ovviamente coinvolge, soprattutto a livello emotivo, tutti. E a poco vale la scoperta che questa famiglia è stata aiutata dal parroco del paese, la paura porta al rifiuto, in barba alla propria storia fatta di emigrazione. Ci vorrebbero gli occhi di un bambino e lui, Pietro, che comunque viene vissuto come «straniero», intuisce subito cosa fare con gli «stranieri-stranieri». E qui, nella rovente estate lucana, accade quella cosa che, una volta superata, cambia tutto. E niente è più come prima.

Il romanzo ovviamente non si esaurisce in questo cambio di ruolo e neanche nella scoperta della crescita. C’ è tanto di più. La nostalgia legata alla mamma che prima di morire ha fatto in tempo a lasciare un paio di importanti insegnamenti («ricordati sempre che la paura è una bugia!»,) ed una domanda che continua a sfuggire a Pietro che ricorda e non ricorda, comunque non nella sua precisa interezza. Un piccolo grande segreto che torna spesso nella mente del piccolo eroe. Poi c’è Nina, la sorellina, che un suo ruolo preciso ce l’ha.

La potenza di «E tu splendi» è nello stile di Catozzella. Nella voce narrante del protagonista, il suo stupore e la sua pervicace curiosità, la sua meraviglia sposata ad un’ostinazione che solo un quasi ragazzino … . Il tutto condito da ritornello-tormentone che fa capolino con ritmica precisione. Come ad esempio la frase assunta come titolo. Apparentemente sembra respingere il lettore e invece… , invece nasconde il senso profondo del romanzo. E’ una citazione tratta da un intervento di Pasolini dedicato al piccolo meridionale sperduto di fronte ai grandi cambiamenti della moderna era, le «Lettere luterane» (Einaudi, 1976). Una frase commovente, potente e profonda: «I destinati a esser morti non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello!».

«E tu splendi» andrebbe adottato a scuola. Perché affronta problemi attuali (l’emigrazione da due punti di vista, l’elaborazione innocente di un lutto-assenza grave, la forza di crescere, la scoperta delle proprie radici, la paura del diverso che si trasforma in sfruttamento bieco, l’importanza della condivisione e la forza delle proprie emozioni) in modalità semplice e non banale. Per fare in modo che si continui a «voler splendere».

Ricordando grandi testi del Novecento (il già citato Pasolini ma anche la Morante con «Il mondo salvato dai ragazzini» e Carlo Levi in «Cristo si è fermato ad Eboli»: forse il più affettuoso ritratto del sud ci dice Catozzella, una Bibbia per i nonni di Pietro) pur mantenendo una propria originale rotta. Uno dei romanzi più belli di quest’anno, la cui esclusione dai premi maggiori sorprende.

 

«E tu splendi» , 2018, di Giuseppe Catozzella, ed. Feltrinelli, paf. 233, Euro 16, 2018.

 

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