Lamiya, una voce di speranza per l’umanità

La voce di Lamiya predica rispetto per le minoranze, tolleranza per tutte le religioni, pacifica convivenza tra popoli.

Di

E’ una piovosa sera d’autunno a Lugano e in una bella casa in centro un c’è un incontro tra appassionati di cinema, giornalismo e diritto, che commentano la quinta edizione del Film Festival dei Diritti Umani in corso proprio in quei giorni. E, come ogni riunione che si rispetti, c’è anche un tavolo imbandito di ottimo cibo.

In piedi davanti la tavolata, ad osservare con curiosità il fornello per la raclette, c’è una ragazza magra e bruna, che indossa un grazioso vestito rosa coperto dalle braccia che tiene sempre conserte come se volesse proteggersi. Parla una lingua ai più irriconoscibile ad un signore che non la lascia mai sola, e la alterna con frasi in arabo che rivolge invece ad un’ospite egiziana. Chi conosce l’arabo dice che le due donne parlano di film, argomento a tema con la serata, e del grande successo che il cinema egiziano ha in Iraq. Finalmente riusciamo a capire che la ragazza magra e con le braccia conserte è irachena. Viene da una zona a nord, quasi al confine con la Siria, abitata da una minoranza che pratica una religione “diversa” ed esoterica: gli yazidi. E così ci è finalmente tutto chiaro: la ragazza magra e con le braccia conserte non è una giovane qualsiasi: è l’ospite della serata, una coraggiosa superstite del troppo poco conosciuto genocidio yazida.

Il suo nome è Lamiya Aji Bashar, attivista irachena yazida premiata con il Premio Sakharov per la libertà di pensiero insieme a Nadia Murad che, recentemente, è stata addirittura insignita del Premio Nobel per la pace.

Lamiya abbandona il fornello della raclette, si siede sul divano ed inizia a raccontare a noi, piccola nicchia di fortunati ascoltatori, la sua grande, drammatica storia.

Nata nel 1998 nel villaggio di Kocho, nel nord ovest dell’Iraq, nel 2014 a soli 16 anni Lamiya è testimone del il terribile attacco dell’Isis al suo popolo. Il suo villaggio viene distrutto, gli uomini vengono uccisi, e le donne, tra cui la stessa Lamiya e Nadia Murad vengono allontanate dalle loro famiglie, picchiate, rese schiave sessuali e costrette ad aiutare i miliziani dell’Isis a costruire ordigni per la loro assurda guerra per la creazione dello Stato Islamico. La prigionia di Lamiya termina nel 2016 quando, grazie ad un riscatto pagato dai superstiti della sua famiglia, riesce a fuggire. Purtroppo, durante la fuga, incappa in una mina che, esplodendo, uccide le due persone che la stavano aiutando e le sfigura il viso facendole perdere quasi del tutto la vista. Una volta in salvo, tuttavia, Lamiya riesce a trasferirsi in Germania e a curarsi.

Oggi Lamiya vive in Germania come rifugiata, va a scuola di tedesco e lavora come attivista per mantenere viva la memoria delle atrocità delle violenze subite dal suo popolo.

Lamiya racconta di essere a Lugano per il Festival dei Diritti Umani, per portare la sua testimonianza e assistere alla proiezione del film “On her shoulders” che parla della storia di Nadia Murad.

La piccola nicchia di ascoltatori è affascinata da questa ragazza. Nei suoi occhi e sul suo viso sfigurato si vede ancora l’orrore di ciò che ha dovuto subire. Orrore doppio, visto che lei è donna e le donne sono considerate dall’Isis esseri inferiori da schiavizzare e sfruttare sessualmente.

Lamiya però non si lamenta neppure un secondo della sua sofferenza personale. Pur ammettendo di avere il sogno di vivere un giorno una vita normale come le ragazze della sua età, il suo sdegno riguarda soprattutto il genocidio che il suo popolo ha subito e di cui, purtroppo, in pochi sono a conoscenza.

Il popolo di Lamiya è una minoranza che pratica una religione ritenuta dagli estremisti “diabolica” e quindi meritevole di essere sterminato. Gli yazidi, infatti, praticano una religione antica, addirittura precedente alle tre grandi religioni monoteiste e con elementi sincretistici visto che subisce influenze di animismo politeistico , islam, cristianesimo e dualismo iranico. Il nome significa “spegnitori di lampade” e non si sa bene a cosa si riferisca, forse alla creazione del mondo da parte di Dio dopo aver creato sei angeli dalla sua essenza e dalla sua luce, “come quando un uomo accende una lampada da un’altra”. Gli yazidi infatti credono in un Dio che ha creato l’universo manifestandosi in sette grandi angeli, il cui prinicpale è Melek Taus, un angelo dalle sembianze di un pavone. L’Angelo Pavone è l’origine del Bene e del Male. Il compito degli uomini è aiutare il Bene a prevalere: il Male è stato creato da Dio, ma Dio vuole la vittoria del Bene e gli uomini devono farlo trionfare. Gli yazidi credono nella metempsicosi, ossia la trasmigrazione delle anime dopo la morte, la reincarnazione.

Riservati e misteriosi, gli yazidi sono da sempre perseguitati: dagli Ottomani, dagli iracheni di Saddam Hussein, e ora dall’Isis.

Le Nazioni Unite stima che l’Isis abbia ucciso 5000 yazidi, mentre 7000 sono stati ridotti a schiavitù e circa 50’000 hanno abbandonato la loro religione per evitare la stessa tragica sorte.

La fortunata nicchia di ascoltatori guarda Lamiya ed è incredula. Lei ha soltanto vent’anni, ma è come se ne avesse cento. Mentre i suoi coetanei in Germania sono alle prese con l’università e con i problemi tipici della loro età, Lamiya ha già visto e vissuto cose che nessun ragazzo o, meglio, nessun essere umano dovrebbe vedere e vivere.

E, soprattutto, Lamiya ha avuto il coraggio di reagire, di non piangersi addosso o disperarsi. Ha superato la vergogna che spesso e del tutto erroneamente le vittime provano e ha preso la parola: è diventata memoria vivente di un genocidio dimenticato, simbolo degli orrori che ogni guerra, in ogni parte del mondo e verso ogni oppresso porta con sé. Perché la violenza è tristemente democratica: è uguale per tutti e ovunque.

Lamiya, col suo vestito rosa, le braccia conserte e i suoi occhi affaticati ma vivaci, siede sul divano e racconta la sua storia. E la sua voce è alta, chiara, rimbomba in mezzo la stanza e arriva a noi fortunati ascoltatori alle orecchie ma anche dritta al cuore e allo stomaco. Ci esorta a liberarci del pregiudizio che abbiamo dell’Isis, che sia nemico solo dell’Occidente, che stermini con i suoi attentati solo i bianchi o i cristiani. Qualche politico intellettualmente disonesto addirittura confonde l’Isis con la religione islamica, mistificando la realtà e semplificando la battaglia dello Stato Islamico in una lotta dell’Islam contro il cristianesimo. Nulla di più falso. L’Isis è innanzitutto nemico del Medio Oriente, e la maggior parte delle sue vittime sono proprio islamiche.

La voce di Lamiya predica rispetto per le minoranze, tolleranza per tutte le religioni, pacifica convivenza tra popoli.

La voce di Lamiya ci chiede accoglienza, uguaglianza, parità per le donne di tutto il mondo vittime di violenza e discriminazione.

La voce di Lamiya ci ricorda che siamo impotenti, spesso indifferenti, ma ci dà una grande speranza. Perché fin quando esisteranno ragazze forti e straordinarie come Lamiya, capaci di raccogliere la loro vita dalle macerie e farne un capolavoro, l’Isis e tutto il male del mondo non potranno mai trionfare.

 

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!