‘Ndrangheta in salsa bernese e…

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Al Tribunale penale federale di Bellinzona va in scena il processo allo “svizzero”. A Cosimo Leotta. O, a Cosimino, per gli amici degli amici. Chiamato in causa da due boss lombardi della ‘Ndrangheta nel frattempo pentitisi. Perché, nell’esportazione del malaffare organizzato, un plauso va senz’ombra di dubbio alla criminalità organizzata calabrese, alla ‘Ndrangheta, che ha saputo radicarsi stabilmente in tutta Europa tessendo trame talvolta inimmaginabili. Anche in Svizzera.

La storia processuale di Leotta lo dimostra perfettamente. Nato in provincia di Reggio Calabria, a Pazzano, ma residente a Bienne, nel Canton Berna, per anni ha tirato le fila di attività illecite per numerose famiglie di ‘ndranghetisti. Il calabrese, ormai sessantunenne, è tra l’altro accusato di ricettazione e traffico d’armi oltre che di essere stato al servizio dei due boss di Giussano e Seregno in un periodo compreso tra il 2005 e il 2011.

Ma di cosa si occupava in Svizzera Cosimino soprannominato “Plinio”? Oltre a essere un intermediario nel traffico di droga, Leotta avrebbe procurato ai suoi capi armi provenienti dal nostro Paese. A uno dei due avrebbe consegnato un innocuo giocattolino, una calibro 44 magnum, comperato in una delle nostre armerie dove chiunque volendo può fare acquisti cash, senza nessun problema. Arma trovata poi a Seregno in uno dei covi dei malavitosi durante una perquisizione dei carabinieri. Ma questa è stata solo una delle armi procurate per conto terzi. Fra le sue attività c’era anche quella della sorveglianza armata di piantagioni di canapa tra Frieswil e Kappelen.

Ma del resto che la Svizzera e il Ticino, da questo punto di vista, non siano un’oasi protetta, ma un focolaio in cui l’infezione prolifera felice, è cosa nota ormai da anni. Eppure, in più d’un occasione, affrontata con armi francamente spuntate. A confermarlo l’operazione di cui si era parlato a inizio anno denominata Stige. Un’inchiesta nella quale anche il Ticino c’era finito dentro con tutte le scarpe.

Condotta dal procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, aveva fatto emergere come l’organizzazione avesse interessi nel settore enogastronomico soprattutto tra Lugano e Chiasso. Tanto che a stupire, all’epoca, fu soprattutto l’ammissione della conoscenza del fenomeno da parte del presidente di Gastroticino. “Il settore della ristorazione è soggetto. Poca clientela e giri d’affari importanti, ci si fa qualche domanda” aveva commentato la notizia Massimo Suter, presidente dell’associazione ticinese dei ristoratori.

Ma cos’è che rende così efficace un’associazione a delinquere di stampo squisitamente mafioso come lo è la ‘Ndrangheta? E perché in nazioni o regioni come la Germania, la Svizzera, La Lombardia o il Ticino alla fine si è sempre restii ad affrontare con vigore questo tipo di fenomeni criminali devastanti? La paura di ritorsioni? Forse. Ma di sicuro i soldi. La valanga di soldi, la pioggia di dobloni con la quale questo tipo di organizzazioni possono coprire realtà distanti e apparentemente non correlate come, per esempio, quella delle pizzerie in Ticino. Già. Ma tutto fa brodo quando si tratta di riciclare e alla fine, ahimè, tutto il mondo è Calabria!

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