Una nazione unita per David che non è mai tornato

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David Dragicevic non è il classico ragazzo della porta accanto. David è un ammasso di dreadlocks neri e un sorriso vispo e sincero. David ama la musica, ed è proprio a lei che giura fede eterna, scrivendo testi rap, catturando le melodie crude della strada, del “ghetto”, come è solito a dire lui.

David vive a Banja Luka, in Bosnia, ed è serbo. David è un’attivista, e forse pure socialista.

David un giorno di marzo è uscito di casa e non vi ha più fatto ritorno.

Avrei voluto continuare così, parlando di te in terza persona, rivolgendomi a chi non conosce la tua storia, perché troppo lontana, ma ogni singola parola mi sembrava così vuota, distante anni luce da te.

David, caro David, il tuo corpo verrà ritrovato esattamente una settimana dopo, in un piccolo affluente del fiume Vrbas, la Crkvena. Di sicuro avrai passato lì le giornate più calde e spensierate della tua vita, ti immagino già, insieme alla tua ragazza oppure con i tuoi amici. Il tuo caso viene bollato fin da subito dalle autorità come un incidente. Saresti caduto, forse anche spontaneamente, e poi affogato. Ma le cose non tornano, il corso d’acqua è troppo basso per morire così, dato che il livello dell’acqua ti arrivava appena sotto le ginocchia, e dall’autopsia fatta sulle tue spoglie risultano evidenti segni di colluttazione, ferite antecedenti all’annegamento. Sei stato pestato a sangue David, ucciso di botte e poi dato in pasto alle correnti. Ma di questo la polizia non ha parlato. Perché?

Tuo padre Davor non ha smesso di cercare la verità nemmeno per un attimo. È un uomo molto forte e audace, e tu questo lo sai anche meglio di me. Lui che è un veterano di guerra, lui che è un tosto, un giusto. È sceso in piazza e, insieme ad altre persone, ha fatto nascere il movimento spontaneo “Pravda za Davida” che in italiano si tradurrebbe in “Giustizia per David”. E così, a partire dalle piazze di Banja Luka, passando per Prijedor, Tuzla, Zenica, la capitale Sarajevo e per finire a Mostar tutti invocano il tuo nome. Noi bosniaci ci siamo ritrovati tutti uniti solo per te.

Questo fa tanta paura ai poteri forti, sai David? Le autorità e il governo, soprattutto quello della Republika Srpska, tremano perché sanno che li abbiamo scoperti stavolta, li abbiamo colti in flagrante. Qualcuno, più temerario, sospetta il coinvolgimento dei vertici della polizia serbo bosniaca nella tua scomparsa. Qualcuno, compreso tuo padre, accusa apertamente, oltre alla polizia, anche il ministro degli Interni della RS Dragan Lukac, di essere complici dei tuoi assassini.

Non sarebbe la prima volta. Prima di te ci sono stati altri casi di “morti dimenticate”, o meglio, occultate dai poteri forti bosniaci. Figli di altri veterani di guerra. Figli di famiglie da ricostruire, come le case distrutte dal conflitto. Figli portatori di un’eredità pesante, che lascia ancora ferite fresche. Figli di una nuova era, a cui le divisioni etniche e religiose cominciano a stare strette. Sono stati fatti sparire proprio per questo. Perché, nonostante la giovane età, hanno scelto la ribellione, hanno scelto di essere i portatori dei malumori dei bosniaci, dei loro genitori, per tornare a stare bene, per tonare ad essere uniti, sotto un’unica grande Nazione.

Tu questo ideale lo hai trasformato in musica, in un testo rap dove accusavi apertamente le politiche dell’entità serba del paese. Sei stato massacrato di botte per “colpa” della tua arte, troppo scomoda in una regione ultra conservatrice e nazionalista. Tu ti sentivi jugoslavo e questo ai tuoi maledetti carnefici non stava bene.

Lo scorso 15 maggio Davor si è recato a Sarajevo, dove ha incontrato Muriz Memic, bosniaco musulmano e padre di Dzenan, un altro ragazzo che come te morì in circostanze mai chiarite nel febbraio del 2016. Si sono abbracciati in piazza, davanti a tutti. Sono diventati un simbolo, divisi da confini di vetro ma uniti dalla crudeltà inflitta alle rispettive famiglie. Tuo padre ha parlato alla gente con il cuore in mano, e le lacrime che a stento riusciva a trattenere “Io sono serbo, di religione ortodossa, ma anche gli assassini di mio figlio sono serbi. I criminali e gli assassini non hanno religione né nazione, loro hanno solo i propri interessi.”

La gente applaude, mentre la Republika Srpska sta a guardare e si giustifica dicendo che i manifestanti sono dei mercenari ai servizi di intelligenze occidentali, con l’obbiettivo di distruggere l’entità, le loro solite stupide discolpe. Hanno paura pure di questo: di essere abbandonati dai loro seguaci, di perdere tutto il loro potere.

David, sei riuscito -inconsapevolmente- in un’impresa che mai nessuno avrebbe creduto possibile. Hai oltrepassato quel maledetto confine invisibile che ci ha diviso. Serbi, croati e bosniacchi gridano il tuo nome per le strade, di nuovo tutti insieme. Come quel tempo che noi due non abbiamo mai vissuto, ma che ha riempito ogni angolo delle nostre infanzie. Ricordi Bratstvo i jedinstvo? Fratellanza e unità?

Guarda, eccolo lì, nel popolo bosniaco, nella nostra gente caro David, con le mani alzate al cielo, il pugno serrato, a chiedere giustizia. Non ci sono più differenze, non esistono più etnie o religioni a dividerci. Ci siamo stancati di vivere distanti, di non poterci sfiorare, di non poterci amare. Ma soprattutto siamo stufi di continuare a morire perché non abbiamo abbastanza soldi per curarci oppure per comprare la legna da ardere nella stufa. Ci siamo stancati di morire perché beviamo acqua inquinata dalle scorie gettate nei nostri bellissimi laghi oppure di prenderci un tumore a causa dell’uranio impoverito. Ci siamo stancati morire per le nostre idee o perché protestiamo contro uno Stato che non ci protegge, non ci difende, ma che ci divide. Ci siamo stufati di morire senza fare niente.

David, tu non eri il classico ragazzo della porta accanto. Eri un ammasso di dreadlocks neri e un sorriso vispo e sincero. Amavi la musica, e a lei avevi giurato fede eterna, scrivendo testi rap, catturando le melodie crude della strada, del “ghetto”, come dicevi sempre tu.

Vivevi Banja Luka, in Bosnia, ed eri serbo. Eri un’attivista, e forse pure socialista.

Un giorno di marzo sei uscito di casa e hai deciso di fare la Rivoluzione.

26 settembre 2018

 

 

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