All’origine delle fake news

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L’ultima della serie in sella alla quale, prima di essere disarcionati, nella vicina Italia si sono cimentati a turno un po’ tutti, è quella dei tre studenti di una scuola tecnica napoletana che non avevano i soldi necessari per andare a Boston, a disputare la finale di un concorso internazionale di robotica. Una storia che ha scatenato una gara di solidarietà e ha visto cadere nel trappolone della bufala un po’ tutti. Giornalisti, politici, imprenditori che non si sono dati la briga di controllare la veridicità della storia.

La scuola non è affatto in finale, così come anche la preside dell’istituto aveva dato a intendere. Il seppur brillante traguardo raggiunto dagli studenti è solo una delle tappe intermedie del concorso e la finale alla quale i tre ragazzi potrebbero eventualmente partecipare si svolgerà in Spagna e non Oltreoceano. Sarebbe bastato andare sul sito del concorso “Zero Robotics” per capire che qualcuno s’era fatto prendere un po’ troppo la mano. Eppure.

Tra i commenti alla notizia farlocca pure quello del Ministro italiano del lavoro e dello sviluppo economico. “Abbiamo le menti migliori del mondo – scrive Luigi Di Maio – e poi ci mancano i soldi per far sviluppare le loro idee. (…) È fondamentale dare un’opportunità a questi tre ragazzi che sono pronti a spaccare il mondo. Così, d’accordo con tutti i parlamentari e i consiglieri regionali campani, abbiamo deciso di raccogliere la somma che serve per dare a questi tre ragazzi geniali la possibilità di realizzare il loro sogno.”

Parole che riempiono il cuore, oltre che la bocca di chi le dice. Ma a voler coprire le spese del viaggio e del soggiorno dei ragazzi a Boston, alla fase finale di “Zero Robotics”, il concorso internazionale organizzato dal MIT e dalla Nasa, c’erano anche i giornalisti RAI per il web, la Presidenza del Senato e perfino l’amministratore delegato per l’Italia di una catena d’alberghi internazionale molto rinomata.

Nel frattempo si è poi scoperto che era solo tutta una balla. Una di quelle che oggi vanno tanto di moda col nome di “fake news”. Notizie truccate o talvolta addirittura inventate di sana pianta. Bugie che probabilmente abbiamo bisogno di sentirci raccontare per stare meglio. Pseudonotizie costruite su misura per puntellare ogni nostro pregiudizio. Cioè quel giudizio che nasce prima di aver davvero fatto i conti con la realtà. Con quella verità che non sempre ci soddisfa. Non come vorremmo. O peggio, che non siamo in grado di maneggiare.

Storie spacciate per vere che però ricalcano lo schema della fiaba. Oppure notizie capaci di dipingere l’orco, proprio come un vero orco. Almeno in un paio di occasioni è accaduto con Saddam Hussein. In modo magistrale. Accadde, per esempio, quando in più di un’occasione ci fu chi giurò che il despota iracheno avesse un nutrito arsenale di armi chimiche. Armi e depositi inventati di sana pianta per giustificare l’intervento armato e la guerra che portò alla sua destituzione. Ma prima ancora ci fu un altro episodio esemplare che ci dimostra come quello di queste finte verità non sia solo un fenomeno recente ma faccia un po’ parte, da sempre, della natura umana.

All’indomani dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam, oltre a imparare chi fosse lui, scoprimmo anche che i suoi soldati, invadendo la nazione vicina e occupando la capitale Kuwait City, avevano commesso un orribile crimine. Entrati nell’ospedale pediatrico della città avevano tolto i neonati dalle incubatrici facendoli così morire. Insomma, una balla di proporzioni colossali.

Eppure la storia dei neonati strappati alle incubatrici dai soldati iracheni durante la prima Guerra del Golfo ci spiega perfettamente come a certa propaganda non serva la verità. Perché tanto una bugia verosimile, ripetuta più volte, finisce inevitabilmente per essere accettata come una verità. Poco importa se si tratti di vaccini, autodeterminazione, immigrazione o altro.

 

 

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