Amal morta come un puledro

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Noi siamo della generazione che ancora si commuoveva vedendo i bambini che morivano di fame. Venivamo dal boom economico, eravamo la generazione senza guerre. Trovavi lavoro appena ne lasciavi uno. I mondi lontani, del Sudest asiatico e dell’Africa e dell’America latina erano lontani davvero.

Poi non so se fossimo più generosi rispetto ad oggi, ma prima del bombardamento mediatico del presente, le immagini di carestie e di bambini scheletrici ancora facevano presa. Oggi, a decenni dalla carestia del Biafra, che prepotentemente con le televisioni aveva infilato a forza quei bambini neri dalle occhiaie profonde e le costole come xilofoni nelle nostre case, abbiamo perso l’empatia.

Ma non è colpa nostra, immagini continue, violente, di cadaveri, di orrore e di brutture, hanno sdoganato questo dolore. La foto di Amal, la bambina denutrita in Yemen, simbolo della devastante guerra civile e pubblicata dal New York Times, è riuscita vagamente a smuoverci. Vagamente.

Viviamo in un mondo che, oggettivamente è meglio di quello di trenta anni fa. Lo dico al di fuori delle polemiche, pensando alla fame, ai morti. Oggi le persone affamate sono di meno, lo dicono le statistiche. C’è più accesso alla sanità e all’acqua, ma rimangono ancora in centinaia di milioni a patire, agonizzare, morire come cani. La piccola Amal ha un nome. Che poi ti viene in mente la moglie di George Clooney, l’avvocata, così bella e altera, e qualcosa stride in quel corpo bruno mummificato dagli occhi dolci e rassegnati. Quel nome ce la fa più vicina, anche se la tentazione di scivolare sulla sua immagine è forte.

Amal è una di tanti, Amal è una di troppo, perché è sempre una di troppo. Amal nella sua breve vita di settenne ha visto solo guerra e fame. Un animaluccio rattrappito che se n’è andato. Non inorridite quando dico che simili sono le foto della fattoria degli orrori recentemente chiusa in Svizzera tedesca. Li le immagini erano di cavallini morti dagli sguardi vitrei, tra sterco e paglia. Gli arti lunghi e scheletrici ed esanimi come quelli di Amal. Un orrore a cui abbiamo posto fine. Un orrore di casa nostra.

C’è una comunione in quei puledri e nella bambina yemenita. La stupida e ovvia futilità della loro fine, l’organico arresto di cellule. Lo sguardo vitreo e rinunciatario.

Noi siamo colpevoli? Non dal punto di vista evolutivo. Ma non siamo conglomerati di cellule e basta.

Qualcosa dentro di noi si ribella all’inutilità della morte, ma lo fa sempre più di rado, perché una corazza sempre più spessa gli avvolge. Perché delle bolle emotive anestetizzano la nostra capacità di provare qualcosa.

Quel qualcosa che a volte è una maledizione e a volte il dono che ci permette di fermarci davanti ad Amal e a un puledro e a provare empatia e comunione.

 

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