Cartoline da Marte

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Qui c’è una bellezza tranquilla. Mi guardo attorno per esplorare la mia nuova casa”.

È quanto si leggeva ieri sul profilo Twitter di InSight, il robot che la NASA ha spedito su Marte. Dopo sei mesi di viaggio nello spazio siderale e mezzo miliardo di chilometri percorsi, il lander ha superato brillantemente anche la fase più delicata di tutta la missione: l’ammartaggio. Cioè arrivare intero sul pianeta rosso. Un’operazione che InSight ha fatto in piena autonomia, con i ricercatori dell’ente spaziale statunitense, lì, a fare da semplici spettatori.

Ma, alla fine, dopo sei minuti da brivido tutto si è concluso nel migliore dei modi. Con un primo selfie a testimoniare la riuscita dell’operazione e il coronamento di dieci anni di lavoro. Sì, perché atterrare su Marte non è mica un’impresa da poco e molti sono stati i robot prima di InSight che si sono fracassati a un soffio dalla meta. In pratica, in pochi minuti, il lander ha dovuto “stincare di brutto”, passando da una velocità di ventimila chilometri orari a zero.

Già. Ma perché andare su Marte, un pianeta brullo e inospitale non esattamente dietro l’angolo? Perché è un pianeta roccioso proprio come il nostro, formatosi circa 4,5 miliardi di anni fa, più o meno nello stesso periodo in cui si è formata la Terra e altri pianeti del sistema solare a loro simili come Mercurio e Venere. Così, conoscere meglio Marte potrebbe aiutarci a comprendere un po’ di più anche la genesi del nostro, di pianeta.

E poi la più probabile tra le mete delle prossime esplorazioni umane nello spazio è, oltre la luna, proprio il pianeta rosso. Così, nel frattempo, prima che qualcuno di noi metta piede lassù, per sapere cosa c’aspetta, abbiamo mandato InSight e suoi robottini fratelli. Robot esploratori come lui che è un grosso sgabello di trecento chili e che presto sarà in grado di dirci cosa ci sia sotto la crosta marziana e come si generino i terremoti che interessano la sua superficie. Un lander creato per rimanere fisso nello stesso punto, a differenza dei rover come Curiosity che invece hanno il compito di spostarsi e di raccontarci Marte “on the road”.

Molto presto InSight piazzerà un sismografo per rilevare le scosse telluriche. Ma farà anche un buco sulla superficie marziana raggiungendo una profondità di cinque metri, un buco per capire cosa c’è sotto. Perché la curiosità umana, la sete di conoscenza non ha confini. Così, a furia di aguzzare l’ingegno, a poco meno di cinquant’anni dallo sbarco sulla luna, eccoci a un passo dalla prima spedizione che probabilmente ci porterà sul pianeta a noi più prossimo. Il cugino Marte.

 

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