El Chapo a processo

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È iniziato ormai da qualche giorno, a New York, il processo a Joaquín Guzmán Loera, il sessantunenne noto ai più come “El Chapo”. Il piccoletto. Che però tanto piccolo non dev’essere se nella sua brillante carriera da narcotrafficante pare abbia accumulato la bellezza di 14 miliardi di dollari. Giusto per capirci stiamo parlando di più del doppio di quelli accumulati in anni e anni di onesto lavoro dal cavalier Berlusconi.

E di fronte alle Corte federale di Brooklyn, il “piccolo” Joaquín dovrà difendersi dai 17 diversi capi d’imputazione a suo carico, tutti collegati alle centocinquanta e oltre tonnellate di cocaina che l’accusa è convinta siano giunte, grazie a lui, negli Stati Uniti. Perché i primi nella lista dei clienti del narcotraffico, e della cocaina in particolare, sono proprio loro.

Così come non è un mistero per nessuno che all’economia che si sviluppa alla luce del sole se ne contrappone un’altra parallela, ma altrettanto impressionante per volume d’affari, che è oscura e sotterranea. Un’economia fatta di traffico d’armi e di droga. Ma soprattutto della lunga scia di violenza e di sangue che inevitabilmente l’accompagna.

Una vera e propria guerra fra cartelli condotta con ferocia, ma anche con grande perizia. Di sicuro con la consapevolezza del grande potere che si nasconde dietro al traffico di droga e gl’immensi guadagni che con essa si possono ricavare. Perché, da sempre, denaro e potere vanno a braccetto.

“La cocaina è la bomba atomica dell’America Latina”, disse verso la fine degli anni Ottanta Carlos Lehder, controverso quanto brillante criminale che favorì l’ascesa di Pablo Escobar al quale più volte El Chapo è stato paragonato. E chi la possiede è temuto e rispettato, ma anche celebrato come un Robin Hood. Fu così per Escobar, lo è oggi per Guzmán Loera.

Originario di un paesino dello Stato di Sinaloa, considerato tra i più poveri di tutto il Messico, lasciò la scuola in terza elementare per occuparsi delle attività di famiglia e, in particolare, di quella della droga. Un mercato talmente redditizio da far sì che Forbes lo piazzasse di diritto al 701 posto nella classifica delle persone più ricche del Pianeta. Tanto che fra i gadget che lo riguardano e che si possono comprare, oltre alle statuine che lo ritraggono, ci sono proprio le magliette con il numero 701 a dimostrazione di quanto un criminale posso entrare nel mito.

Un mito alimentato dalle numerose canzoni popolari a lui dedicate ma soprattutto dalle rocambolesche fughe che l’hanno visto evadere da due prigioni di massima sicurezza. Chi lo ha visitato in carcere nelle fasi preliminari di questo storico processo apertosi Oltreoceano dice però di averlo visto sottotono, con lo sguardo spento, perso nel vuoto e con poca voglia di parlare. A mancargli sono probabilmente la pistola tempestata di diamanti e il suo inseparabile AK-47 placcato d’oro.

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