Gaza in prigione

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Domenica 11 novembre, un’unità Mistravim (forze di difesa di soldati addestrati a camuffarsi da arabi al fine di catturare rivoltosi palestinesi) israeliana, in un’perazione sotto copertura, entra lungo la linea di demarcazione nel sud della striscia di Gaza, con l’intento di uccidere o sequestrare un importante leader di Hamas; segue uno scontro a fuoco, muore un ufficiale israeliano dell’unità speciale, tra i palestinesi 7 morti e 15 feriti.

L’operazione ha messo in serio imbarazzo Ismail Haniyeh, primo ministro palestinese, che sceglie la linea dura e usa l’unico deterrente a sua disposizione: lanciare oltre 300 razzi sui centri abitati israeliani.

Da qui la spirale di violenza, da una parte il tiro indiscriminato di razzi e dall’altro bombardamenti sui centri logistici del braccio militare di Hamas, colpendo senza distinzione scuole, ospedali e case civili.

“È l’inizio di un nuovo genocidio” esordiscono gli abitanti di Gaza. Lunedi in serata, viene bersagliata la sede della tv Al-Aqsa, quasi si volesse dire: tacete tutti, parli la guerra.

Di sicuro una missione del genere non può essere effettuata senza il benestare del Ministro della Difesa Libermann; Netanyahu, a conoscenza dei fatti, non sa che pesci prendere.

Eppure verso la fine di ottobre scorso, Israele e Hamas avevano raggiunto un’importante intesa per ridurre le tensioni nella Striscia, al fine di evitare il rischio di una nuova escalation di violenza; 10 giorni fa, grazie a questo accordo, era arrivato a Gaza il gasolio necessario ad azionare il generatore dell’unica centrale elettrica della Striscia.

In seguito alle dimissioni del Ministro della Difesa Avigdor Libermann, avvenute mercoledi scorso, il governo israeliano viene investito da un’ondata di instabilità.

Il falco si è dimesso in segno di protesta per il cessate il fuoco, mediato dall’Egitto; durante la conferenza stampa dichiara: “Non può essere interpretato se non come una resa al terrore e danneggerà la nostra sicurezza”. Annuncia anche il ritiro del suo partito dalla coalizione di governo guidato da Likud.

La situazione, ancora in via di sviluppo, porterà molto probabilmente ad un’ulteriore svolta a destra all’interno del Knesset.

Mentre Hamas canta vittoria per le dimissioni di Libermann, il suo probabile sucessore, l’attuale Ministro dell’Istruzione Naftali Bennett, fa presagire azioni ancora più aggressive nei confronti dei palestinesi.

La situazione di due milioni di persone intrappolate a Gaza è straordinariamente dura e difficile; due terzi della popolazione discende da rifugiati di quello che oggi è Israele. Sembrano letteralmente sequestrati dal momento che non possono lasciare la loro striscia di terra neanche per scopi medici, accademici, professionali o personali, a causa di una politica motivata dalla sicurezza, ma che risulta punitiva verso gli abitanti.

Lo Stato ebraico blocca gli abitanti di Gaza a nord e a est; controlla a sud, insieme all’Egitto, e blocca le loro acque ad ovest, impedendo la costruzione di porti e aereoporti. È vietato alle navi  restare a meno di 9 miglia (16 Km.) dalle coste della Striscia. I tentativi di fare pressioni sulla popolazione contro Hamas sono molto discutibili.

Metà della forza lavoro di Gaza è disoccupata; gran parte della vasta zona distrutta nell’ultima guerra del 2014 non è stata ricostruita; l’intrattenimento pubblico è inesistente; non hanno una loro valuta e le poche banconote in giro sono shekel israeliani.

Secondo un rapporto del 4 ottobre scorso dell’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), dal 30 marzo 2018, quando è iniziato la grande Marcia del ritorno, le forze israeliane hanno ucciso 205 palestinesi lungo la Striscia – 21’288 i feriti, tra cui 5’345 feriti da proiettili esplosivi; tra i morti 38 bambini.

Un comunicato della Banca Mondiale del 25 settembre 2018 sostiene che l’economia di Gaza sta crollando a causa del blocco che dura oramai da 10 anni.

L’esercito israeliano conta su una rete multinazionale che lo rifornisce di fucili per i cecchini e di gas lacrimogeni usati contro i manifestanti. Tom Anderson, ricercatore di Corporate Occupation, ha detto: “Queste compagnie consapevolmente appoggiano crimini di guerra e sono complici di omicidi premeditati”.

Eccone alcune aziende che, con i loro prodotti, permettono ad Israele di perpetrare i crimini contro i palestinesi.

-CATERPILLAR: I suoi bulldozer servono a demolire le case e i campi coltivati a Gaza, favorendo i produttori israeliani e la loro merce.

-COMBINED SYSTEMS: Fornisce armi leggere e attrezzature di sicurezza come gas lacrimogeni e granate luminose.

-MONSANTO: Compania di proprietà statale cinese, che fornisce gli erbicidi contenenti il famigerato glifosato, noto cancerogeno, spruzzati sui campi coltivati.

-REMINGTON: Fucile americano per la caccia ai cervi; questo fucile è stato usato dai cecchini contro i manifestanti; i proiettili sparati si spandono a fungo all’interno del corpo umano.

Ecco, questo è l’attuale tragico scenario di due milioni di palestinesi intrappolati a Gaza.

 

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