Hitler e la piccola Rosa

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Qualche settimana fa in un’asta tenutasi nel Maryland è stata aggiudicata una fotografia che ritrae un momento di tenerezza tra un uomo e una bambina. Rosa, sei anni, è di famiglia ebrea e l’uomo nella foto è Adolf Hitler. La foto, scattata nel Giugno del 1933 e’ stata deliziosamente ornata dalla bimba con un tripudio di stelle alpine e vergata dall’accorata dedica dell’allora cancelliere del Reich, in corsa per raggiungere l’ultimo gradino possibile verso la vetta del potere assoluto: vincere le elezioni democratiche e cancellare la democrazia.

Hitler era a conoscenza delle origini della bambina, e questo potrebbe suggerire che l’immagine in oggetto potesse, in quel momento importante della campagna elettorale, perfino essere parte di una propaganda volta ad alleggerire strategicamente i toni del Mein Kampf; che pubblicato una decina di anni prima, aveva conosciuto un apprezzabile successo editoriale. Eppure, il carteggio intercorso tra la piccola Rosa e lo “zio Adolf” durante i cinque anni della loro amicizia, recuperato negli archivi federali a Berlino, smentisce che il loro rapporto avesse risvolti propagandistici.

L’acquirente si e’ aggiudicato per la cifra di circa 11.500 dollari un reperto di discutibile importanza dal punto di vista storico, che non riabilita però la figura di un uomo il cui lascito all’umanità, orrendamente costoso e altrettanto dimenticato, e’ la memoria delle conseguenze del “sonno della ragione”. Parole che hanno fomentato all’estremo il senso di identita’ nazionale fino ad accusare di tutti i mali del popolo chiunque fosse sprovvisto di pedigree nostrano. Da lì il via alla caccia all’uomo, ridotto a nascondersi come i topi e spesso con i topi.

La delazione divenne sinonimo di profondo senso civico e così una moltitudine di bambine come Rosa vennero deportate, ammassate in carri bestiame verso macellerie chiamate Dachau, Treblinka, Auschwitz, Bergen-Belsen, Buchenwald. Non e’ dato sapere, una volta divenuta adolescente, cosa Rosa pensasse di “zio Adolf” e delle meravigliose giornate trascorse con la mamma al Berghof. Gerarchi di primo piano come Bormann, in ossequio al progressivo inasprirsi delle leggi razziali, vedevano nella fanciulla e in sua madre una frequentazione sconveniente al punto che, nel 1938, venne loro intimato di interrompere ogni contatto. Pare che “zio Adolf” non fosse coinvolto nella decisione e che anzi ne venne a conoscenza solo tramite il suo fotografo di fiducia. Certamente bizzarro è che l’uomo piu’ potente della Germania, ferreo nelle proprie convinzioni e che bisognava sempre assecondare, che travisava ogni elementare sentimento di umanità credendola debolezza, avesse potuto incontrare resistenza tra i suoi collaboratori piu’ stretti nel cercare di mantenere i rapporti con la ragazzina. E’ stato scritto che, infine rassegnato, ebbe a commentare “Alcune persone hanno un vero talento nel rovinare ogni mia gioia.”

L’anno successivo Hitler cerco’ di surclassare Napoleone tentando di sfondare l’intero confine occidentale dell’Unione Sovietica, dando luogo a quella che e’ stata definita la piu’ imponente e cruenta battaglia terrestre di tutti i tempi. Nel contempo si preparava per quella che avrebbe dovuto essere l’invasione della Gran Bretagna ed e’ possibile che Rosa non trovasse piu’ posto nei suoi pensieri. La fanciulla che era stata soprannominata “La figlia del Führer” mori’ di poliomielite nel 1943, prima che il fallimento dell’Operazione Barbarossa potesse esporla all’efferata barbarie di venire considerata bottino di guerra, prima di vedere la nazione in cui era nata e cresciuta ridotta a un cumulo di macerie. L’indomani della caduta di Berlino, la Germania che voleva cancellare l’onta della sconfitta subita nella prima guerra mondiale estendendo i confini del Reich fino a includere la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica, si ritrovo’ invece dolorante nel peggiore dei dopo sbronza: a brandelli, additata come complice dell’assassino dei suoi figli e di crimini contro l’umanita’; realizzando nel contempo di aver perso la testa per un prepotente violento. Il grande popolo tedesco – che puo’ peraltro fregiarsi di un novero di connazionali che includono Lutero, Gutenberg, Bach, Beethoven, Kant, Hegel, Goethe, Freud, Einstein e Zuse – si era abbandonato al fascino perverso dell’imbianchino austriaco che, imponendogli anche con che piede scendere dal letto, lo aveva sollevato dall’onere di pensare.

Un abissale mare di volenterosa lucida follia, contabile e grigia come i bidoni di Zyklon-B, scura come la polvere da sparo e la fuliggine dei forni crematori, che nel sorriso della piccola Rosa aveva conosciuto l’unica felice isola di pura luce.

 

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