I lemming e le Kardashian

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Kendall Jenner compie i 23 anni, è il suo compleanno. Fate gli auguri a Kendall. Anche se, con 22 milioni di dollari guadagnati l’anno scorso e 97 milioni di follower su Instagram, probabilmente dei nostri auguri non gliene può fregare di meno.

Cioè, 97 milioni, praticamente la popolazione di dieci Svizzere messe una accanto l’altra.

Kendall è una modella e ha dalla sua un atout che è come un terno al lotto: appartiene alla famiglia Kardashian. E se sei una Kardashian, appartieni a un fottuto impero dell’immagine. Mai persone più inutili calcarono il pianeta guadagnando così tanto.

Ok, la Kendall è caruccia, va bene. Ma non è da strapparsi i capelli. La signorina Jenner Kardashian è proprio l’esempio di come siano l’abilità e il brand a costruire le fortune effimere dei social oggi, piuttosto che bellezza o bravura. Perciò in fondo non è cambiato molto rispetto a prima. Sì, certo, ci sono esempi di successi effimeri e fulminanti, ma sono frutto di una moda passeggera, come lo erano le meteore musicali degli anni ’80 e ’90. Megasuccesso, in testa alle hit parade e dopo pochi anni ti trovano a suonare in balera per quattro soldi.

Oggi costruirsi il successo su Instagram è questione di marketing come non mai, di indefesso lavoro, di rigore, di conoscenza del mezzo. E anche chi ci sguazza alla grande a volte sbaglia, come hanno fatto i Ferragnez recentemente, con un compleanno al supermercato, un inno allo spreco pagato caro presso i propri followers.

Ma la macchina non si ferma, e oggi vediamo già Chiara Ferragni con in braccio il piccolo Leone, figlio prestato anche lui ai social dal parto e via, mentre gioisce guardando babbo in televisione. Quelle come la Jenner sono definite insta-girls, potenti influencer e abili manager di se stesse, che monetizzano la dabbenaggine di massa dei social.

Io dico così, ma seguo Kim Kardashiani in Instagram, Kendall ancora no, forse ci farò un pensiero.

Questa è la dimostrazione di quanto chi vuole apparire come un fustigatore del malcostume social, sia alla fine anch’esso schiavo di bassi istinti massivi, che ci spingono come lemming in un’unica direzione.

Un suicidio collettivo giù dalla rupe, mascherata da megaschermo olografico. Ce ne andremo squittendo tra balenare di colori fosforescenti e corpi lucidi. Un triste epilogo per l’umanità, ma la figata è che probabilmente manco ce ne accorgeremo.

 

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