Il fascismo non è donna

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Oggi, 25 novembre, è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Una ricorrenza che in tempi bui, proprio come quelli che stiamo attraversando, assume un valore ancor più grande e quanto mai simbolico. Tante e un po’ ovunque sono le iniziative pensate per fare da megafono allo schifo, ai soprusi e alle ingiustizie che quella che qualcuno ha definito come l’altra metà del cielo è costretta a subire e di cui il femminicidio è solo la punta dell’iceberg.

I numeri riguardanti il fenomeno sono in crescita e non possono che farci rabbrividire. In Svizzera, ogni tre settimane, una donna muore a causa delle violenze fisiche subite. Nella vicina Italia una donna su tre, dai 15 anni in su, ha subito violenza almeno una volta nella vita. In aumento è poi certamente la paura. In Europa il 53% delle donne dice di evitare situazioni e luoghi a rischi per il timore di essere aggredita. Un timore reale. Costante. Che accompagna come un’ombra troppe donne.

Ma questa violenza, va detto a voce alta, ha purtroppo anche una dimensione politica. Perché spesso figlia di una cultura e di un pensiero retaggio del fascismo. In cui la donna era relegata a un ruolo subalterno. Al servizio dei bisogni o peggio delle perversioni maschili. Basti soltanto pensare alla figura di Mussolini che del machismo fece motivo di vanto. Quasi una bandiera. Lui che nei cinegiornali di propaganda si faceva filmare mentre falciava il grano. A torso nudo.

Si dice che a Palazzo Venezia ci fosse la fila di signore che non vedevano l’ora di trascorre in sua compagnia del tempo. In intimità. Uno di quei compiti ai quali Benito non diceva mai di no, malgrado avesse una moglie, un’amante e non solo quella. Lui se ne fregava bellamente. Agiva con la stessa crudeltà di chi ancora oggi, usa violenza nei confronti di una donna. Senza alcuna vergogna. Facendo casomai ricadere la responsabilità delle proprie azioni e di quanto accaduto su di un atteggiamento sbagliato avuto dalla vittima. È stata colpa sua. Se l’è andata a cercare. L’avevo avvisata che continuando così sarebbe finita male. Non mi voleva ubbidire.

Bravi ragazzi, con un lavoro, la bella macchina, l’abbonamento alla palestra e la tartaruga scolpita. Fieri del loro aspetto. Figli di una cultura fascista che crudelmente massacrano, accoltellano, strangolano, incendiano, sfigurano con l’acido o uccidono. Con l’incapacità di vedere che di fronte hanno un essere umano. Una creatura la cui sofferenza è vista soltanto come un segno di debolezza. Non all’altezza della forza fisica e squadrista che ha fatto del fascismo uno dei peggiori cancri del Novecento. Ecco perché oggi più che mai, in un’epoca di social e sovranismi, in un tempo in cui il 75% dei post violenti e offensivi sono rivolti a delle donne, è proprio dalla loro parte che sta l’antifascismo.

 

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