La conta dei suicidi di campagna

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C’è un dato piuttosto singolare sul quale è bene riflettere. A pubblicarlo è la RSI sul suo portale informativo online riprendendo un’inchiesta condotta dalla Sonntagszeitung. Riguarda il numero di suicidi tra gli agricoltori svizzeri. Sì, perché risulta essere di gran lunga superiore a quella che è la media nazionale. Che dietro a Peter, il compagno di giochi di Heidi, e la stessa ragazzina all’apparenza tutta gioia di vivere e spensieratezza si nascondano due potenziali suicidi è probabilmente il segno dei tempi.

Certo, il mestiere del contadino non è mai stato semplice. Nei campi, da sempre, bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare. La terra è estremamente esigente. Richiedere fatica e sudore. Ma la vita a stretto contatto con la natura e con gli animali ha un fascino atavico. Ha qualcosa di primordiale. Eppure tutto questo non sembra assolutamente bastare. I nostri contadini sono messi peggio degli yuppie che si dimenano e urlano, che vendono e comprano milioni di dollari di azioni, alla borsa di Wall Street.

Tra il 1991 e il 2014 sono stati poco meno di 500 i contadini svizzeri che si sono tolti la vita. Insomma la metà di mille in poco più di vent’anni. Ad attestarlo drammaticamente è uno studio del Fondo nazionale condotto dai ricercatori dell’università di Berna sulla scorta di uno studio accurato condotto su di un campione di 90’000 persone, attive nel settore primario della nostra economia. Un rischio suicidio del 37% più alto se confrontato con il resto della popolazione.

Siamo di fronte all’autoannientamento di un vero e proprio esercito. Un fatto sul quale c’è quantomeno da interrogarsi per provare ad abbozzarne le ragioni. C’è chi dice sia colpa delle leggi del mercato. Perfino peggiori di quelle della giungla. C’è chi dice la paura, l’incertezza del futuro. Le preoccupazioni finanziarie legate ai raccolti. Per quelli andati a vuoto a causa del maltempo. Capita sempre più di frequente. E poi c’è la solitudine. Fatto sta che vivere di agricoltura, in mezzo alla natura e all’aria aperta, è meno semplice di quanto si possa credere. È un rischio che può costare caro. Addirittura la pelle.

Sapere che l’insalata o i pomodori che stiamo per mangiare sono stati coltivati in condizioni di disagio, schiavizzando chi lavora nei campi, manovalanza sottopagata senza nessun diritto, è francamente inaccettabile. Se poi noi tutti siamo davvero quello che mangiamo, pensare che ciò che arriva sulle nostre tavole è il frutto avvelenato del lavoro e dello stress di uomini e di donne che, tenuti sotto scacco dalla grande distribuzione, un giorno sì e quello dopo pure pensano al suicidio, rende tutta questa faccenda ancor più cupa e insostenibile.

 

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