La nostra terra

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Poco meno di un mese fa, il Brasile è caduto nelle mani di Jair Bolsonaro, un ex militare, apertamente misogino e omofobo, nonché ammiratore della dittatura militare che stritolò la nazione per vent’anni, fino al 1985.

Si è sentito spesso parlare di lui, e sarebbe inutile ripetersi. L’impressione generale per i meno avvezzi alla politica internazionale è che, bene o male, nulla cambierà. Ma ciò non è vero; tralasciando le preoccupanti avvisaglie di dittatura, tra cui la rimozione di monumenti rivoluzionari, parate di vittoria dell’esercito e la distruzione di materiale storico scomodo, una particolare minoranza rischia seriamente di vedersi scomparire dalla faccia della terra.

Il Brasile, un Paese ben piazzato sull’equatore, controlla l’Amazzonia. La principale foresta pluviale al mondo, un vero e proprio polmone per il nostro pianeta. Una terra ancora largamente sconosciuta, in grado di proteggersi dalla macchina umana grazie alla fittissima vegetazione e a una geografia che non perdona.

Nonostante tutto, c’è chi, nel corso dei secoli, ha fatto della foresta la sua casa. Sono gli indigeni brasiliani, oltre 200 tribù composte da uomini e donne che scoprirono il Nuovo Mondo molto prima di Colombo, rimanendo dimenticati nella foresta anche fino ai giorni nostri; in Amazzonia, infatti, vivono una sessantina di tribù mai contattate, il numero più alto mai riscontrato in un solo Paese.

Sono persone che, in un certo senso, rappresentano il nostro ultimo collegamento alla Terra come razza; popoli che non hanno mai abbandonato la foresta per trasferirsi nelle città, che mai cercarono di alterare l’ambiente a loro piacimento, bensì adattarono il loro comportamento alla natura.

Natura che, in un certo senso, li ha protetti molto meglio di quanto non si possa dire per Apache o Inca, due dei tanti popoli precolombiani spazzati via dall’uomo bianco. Isolati e irraggiungibili, questi ristretti gruppi di persone ancora fermi all’età della pietra hanno potuto vivere una vita tranquilla, prima che l’avidità umana spingesse i nuovi abitanti del continente a sfruttare le apparentemente infinite risorse del territorio. Iniziò quindi uno dei capitoli più bui della storia mondiale, dove una variegata selezione di imprese e multinazionali sterminò queste popolazioni per potersi prendere legno e terra, a scapito di chi quelle terre le aveva possedute per anni. Ora rimangono le riserve, più un orpello burocratico che una vera e efficace misura, dato che le corporazioni procedono nella loro opera con un ritmo appena rallentato.

Tornando a Bolsonaro, la situazione non è in procinto di migliorare. Egli ha spesso apertamente detto come il Brasile non debba sopportare la presenza di uomini a suo dire inferiori e incapaci di comprendere la lingua dei loro soggiogatori. Poco tempo fa promise che, una volta salito al governo, non ci sarebbe stato “più un centimetro di terra indigena”.

Bolsonaro, che ritiene la questione indigena un ostacolo per il business agricolo, ha già minacciato di smantellare la FUNAI, il dipartimento governativo per gli affari indigeni, ultimo bastione per le tribù amazzoniche già afflitto da pesanti tagli di budget. È opinione comune nella comunità scientifica che il cessare delle attività FUNAI metterà a rischio di estinzione quasi certo ognuna delle tribù mai contattate, già ridotte a un lumicino in molti casi. Mentre le più grandi si avvicinano a stento ai 100 membri, alcune sono già l’ombra di un ricordo: poco tempo fa è stato rilasciato un filmato che ritraeva un uomo, che passerà alla ribalta come “uomo del buco”, per via dei fori nel terreno usati per intrappolare insetti e piccoli mammiferi. Egli è l’ultimo della sua tribù, e il suo peregrinaggio attraverso la foresta si ritiene sia iniziato dopo lo sterminio della sua famiglia da parte delle “logging companies”, mostruosità finanziarie che fruttano dal disboscamento della foresta e vendendone il legno alle industrie manifatturiere e le terre agli allevatori.

Senza protezione di sorta, saremo destinati a vedere queste tribù sparire. Sull’altare del profitto, sacrificheremo l’unica traccia rimastaci della nostra appartenenza al pianeta. In un Paese dove l’opposizione si appresta a sparire altrettanto in fretta, possiamo solo sperare che la foresta ascolti il pianto dei suoi figli, e performi quello che ora come ora sembra servire a quei popoli: un miracolo.

 

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